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Dialetto triestino

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BERJAYA Voce principale: Lingua veneta.
Triestino
Triestìn
Parlato inItalia (bandiera) Italia
Slovenia (bandiera) Slovenia
Croazia (bandiera) Croazia
Regioni  Friuli-Venezia Giulia (Provincia di Trieste)
Parlanti
Totaletra 200.000 e 300.000
Altre informazioni
TipoSVO flessiva - sillabica
Tassonomia
FilogenesiIndoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italooccidentali
    Romanze occidentali
     Galloiberiche
      Galloromanze
       Galloitaliche
        Lingua veneta
         Veneto coloniale
          Dialetto triestino
Codici di classificazione
ISO 639-2roa (lingue romanze)
Glottologtrie1242 (EN)

Il dialetto triestino[1] (nome nativo dialeto triestin, [triɛ'stin]) o triestino-giuliano[2] è un dialetto della lingua veneta, parlato nella città di Trieste e, affiancato dallo sloveno, oltre che dalla lingua italiana, in buona parte della provincia di Trieste. Si tratta di un dialetto veneto coloniale, ossia dell'evoluzione di quel veneziano che, come lingua franca, venne impiegato dagli stranieri e dagli italiani di altre regioni affluiti in città, attratti dai vantaggi offerti dall'introduzione del Porto Franco (1719), e che prese gradatamente il posto dell'antico dialetto, il tergestino, di origine retoromanza, dunque affine a friulano, ladino e romancio.

Fino agli inizi dell'800 a Trieste si parlò il tergestino: un dialetto romanzo affine al friulano, con il quale il veneziano coloniale ha convissuto per secoli per poi soppiantarlo[3]. Fin dall'Età moderna Trieste era linguisticamente circondata dall'arcaica enclave veneta dei dialetti bisiaco e gradese a nord-ovest, dalla fascia di dialetti sloveni del Carso, dal ladino muglisano e dall'istroveneto del Capodistriano a sud.

Lo sviluppo della nuova città ebbe come conseguenza l'immigrazione di persone venute dal bacino del Mediterraneo e dall'Impero Asburgico. Una parte consistente di popolazione immigrata proveniva dal Friuli, dal Veneto, dall'Istria e dalla Dalmazia. Fu in questo momento che si affermò il veneziano coloniale, da cui poi il triestino, e scomparve il tergestino. Le ipotesi degli studiosi su questo processo di sostituzione linguistica sono varie. Il "veneto comune" nella variante veneziana, nota in tutto l'Adriatico orientale e nel Mediterraneo orientale fino a Cipro, che Venezia utilizzava come lingua "franca", potrebbe essere stato scelto come koinè linguistica tra popoli di etnie diverse, oppure potrebbe essere stato il dialetto dominante degli immigrati.

Il dialetto triestino si differenziò in parte dai dialetti parlati nel territorio corrispondente all'attuale Veneto nei secoli successivi, assimilando - in modo simile all'istroveneto, al veneto fiumano e al veneto dalmato - vocaboli e forme dei popoli di quelle zone o in relazione con quelle zone, in modo particolare slavi e tedeschi. La vitalità del dialetto triestino emerge anche da alcune affermazioni dello scrittore Italo Svevo nel romanzo La coscienza di Zeno:

«Quell'uomo d'affari avrebbe saputa la risposta da darmi non appena intesa la mia domanda. Mi preoccupava tuttavia la quistione se in un'occasione simile avrei dovuto parlare in lingua o in dialetto.»
«Il dottore presta una fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto.»

Anche James Joyce durante la sua permanenza a Trieste all'inizio del Novecento imparò a parlare e a scrivere in dialetto triestino. Di ciò sono testimonianza alcune delle sue lettere a Svevo. Attualmente il triestino si è limitatamente ridotto per diffusione, ed è conosciuto da quasi tutte le persone originarie della provincia o ivi residenti da lungo tempo. A questo proposito contribuisce forse la sua relativa somiglianza alla lingua italiana, che negli ultimi decenni si è andata progressivamente intensificando. Nella provincia di Trieste il triestino rimane, in ogni caso, il dialetto di relazione privilegiata, anche fra estranei di differente condizione sociale, e in città è tuttora molto vitale. Esiste un certo numero di opere teatrali, poetiche o letterarie scritte in triestino, molte delle quali sono opera di Virgilio Giotti e Carpinteri & Faraguna. Inoltre si deve ricordare Nereo Zeper, che ha tradotto La Divina Commedia di Dante Alighieri in triestino.

Classificazione

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Il triestino è uno dei dialetti coloniali della lingua veneta.

Distribuzione geografica

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Il dialetto triestino è parlato nella città di Trieste e in tutta la sua provincia storica. Nei comuni del Carso di lingua slovena è usato come lingua veicolare assieme alla lingua slovena, come pure nelle zone confinarie della Slovenia. Il triestino ha da tempo esteso la sua influenza sul dialetto veneto usato a Gorizia - benché questo presenti più cospicue influenze dal dialetto bisiaco - sullo stesso dialetto bisiaco, che ha quasi sostituito a Monfalcone e in qualche altro centro urbano minore, e pure sull'attuale istroveneto e sul fiumano. Inoltre il triestino è parlato, come lingua veicolare in subordine al friulano, anche in comuni friulani (Aquileia, Fiumicello-Villa Vicentina ecc.) confinanti con l'area venetofona, e a Grado.

Vanno infine segnalati i numerosi triestini emigrati all'estero nella seconda metà del '900, presso le cui comunità, in particolare per le generazioni più anziane, si registra un notevole grado di conservazione del dialetto nativo in ambito familiare (con l'interessante peculiarità che il dialetto da loro utilizzato si mantiene ancor oggi nella forma in cui era all'epoca della loro partenza, non avendo essi recepito e partecipato all'evoluzione e alle contaminazioni più recenti).

Dialetto triestino.

Il triestino presenta cinque vocali fonologicamente distintive: /i/, /e/, /a/, /o/, /u/. A livello fonetico il grado di apertura delle vocali medie può variare, senza che ciò abbia valore fonologicamente distintivo. Le /e/ e le /o/ atone sono sempre aperte ([ɛ], [ɔ]). Se toniche, possono essere aperte o chiuse senza essere fonologicamente distintive

Le consonanti fonologiche sono:

A livello fonetico vanno aggiunti la nasale velare (che si ha per assimilazione davanti a consonante velare) e la laterale approssimante palatalizzata (che è un allofono della laterale alveolare).

Il triestino non ha consonanti geminate. La grafia “ss” non indica una consonante geminata ma la fricativa alveolare sorda in posizione intervocalica.

La grammatica del triestino è accuratamente descritta in una serie di studi linguistici (vedi bibliografia). Alcuni suoi aspetti:

  • tendenza a sostituire il congiuntivo con il condizionale e viceversa. Per esempio sono considerate corrette sia la frase se fussi libero, ‘nderia de sicuro (se fossi libero, ci andrei di sicuro), sia la frase se saria libero, ‘ndassi de sicuro, come pure addirittura, se saria libero, ‘nderia de sicuro.
  • Rispetto alla lingua italiana e a molti dialetti soprattutto italocentrali e meridionali, in triestino molte parole con finali postonici -n, -l, -r derivate dal latino tramite il veneziano, sono tronche per apocope vocalica.
    • La vocale dei finali postonici -NU(M)[4] e -NE(M) delle parole latine in triestino subisce apocope: VENENU(M) > velen «veleno», CANE(M) > can «cane», FINE(M) > fin «fine», CAPONE(M) > capon «cappone». La vocale dei finali postonici latini -MNU(M) e -NNU(M), invece, non subisce apocope: SOMNU(M) > sono «sonno», ANNU(M) > ano «anno», PANNU(M) > pano «panno».
    • La vocale dei finali postonici -LU(M) e -LLU(M) delle parole latine in triestino subisce apocope: VELU(M) > vel «velo», LUSCINIOLU(M) > usignol «usignolo», MARTELLU(M) > martel «martello», CABALLU(M) > caval «cavallo», FILU(M) > fil «filo», MALU(M) > mal «male». Non subiscono apocope alcuni bisillabi come SOLU(M) > solo «solo», MULU(M) > mulo «mulo», COLLU(M) > colo «collo», GRILLU(M) > grilo «grillo».
    • La vocale dei finali postonici -LE(M) e -LE delle parole latine in triestino subisce apocope: CANALE(M) > canal «canale», MALE > mal «male», SOLE(M) > sol «sole», FIDELE(M) > fedel «fedele». Nel genere femminile degli aggettivi l’apocope vocalica non si osserva (iera una dona brava, fedele al marì). L’aggettivo invariato QUALE(M) al femminile fa quala. La vocale del finale postonico -LLE(M) delle parole latine subisce apocope vocalica nelle voci REBELLE(M) > rebel «ribelle», VALLE(M) > val «valle», COLLE(M) > col «colle»; non la subisce in PELLE(M) > pele «pelle». Alcuni finali latini in -ELLE(M) e in -OLLE(M), passati per metaplasmo a -ELLU(M) e -OLLU(M), non subiscono apocope vocalica e danno -elo e -olo: FOLLE(M) > folo «folle (mantice)»; MOLLE(M) > molo «molle».
    • La vocale dei finali postonici -RE(M) e -RE (-ARE, -IRE, -ĒRE) delle parole latine in triestino subisce apocope: LABORE(M) > lavor «lavoro», MARE(M) > mar «mare», TEMPTARE > tentar «tentare», BULLIRE > boir «bollire», DEBĒRE > dover «dovere», POTĒRE > poder «potere». Con finale post-postonico -RE (-ĔRE), invece, subisce apocope solo nell’infinito dei ver­bi della terza coniugazione: MITTĔRE > meter «mettere», LEGĔRE > lezer «leggere»), altrimenti rimane presente: CINERĔ(M) > zenere «cenere», PIPERĔ(M) > pevere «pepe», ROBORĔ(M) > rovere/o «rovere». Con finale postonico -RRE(M) non subisce apocope: TURRE(M) > tore «torre».
    • La vocale dei finali postonici -RU(M), -RRU(M) delle parole latine in triestino non subisce apocope: VERU(M) > vero «vero», PURU(M) > puro «puro», FERRU(M) > fero «ferro», CARRU(M) > caro «carro».
  • la coniugazione del verbo esser, indicativo presente:
    mi son
    ti te son
    lu el xe/ ela la xe
    noi semo
    voi se
    lori i xe/ lore le xe
  • la coniugazione del verbo esser, indicativo imperfetto:
    mi iero
    ti te ieri
    lu (el) iera/ ela (la) iera
    noi(altri) ierimo
    voi(altri) ieri
    lori (i) iera/ lore (le) jera
  • la coniugazione del verbo (g)aver, indicativo presente:
    mi go
    ti te ga
    lu (el) ga/ ela (la) ga
    noi(altri) gavemo
    voi(altri) gavè
    lori (i) ga/ lore (le) ga
  • la coniugazione del verbo (g)aver, indicativo imperfetto:
    mi gavevo
    ti te gavevi
    lu (el) gaveva/ ela (la) gaveva
    noi(altri) gavevimo
    voi(altri) gavevi
    lori (i) gaveva/ lore (le) gaveva[5]

Il lessico del triestino è in maggior parte di origine latina. Tuttavia presenta influenze di altre lingue, soprattutto dello sloveno, del croato e del tedesco. Sono presenti anche parole derivate dal greco moderno a causa della presenza storica di una comunità greca nella città.

Nella tabella seguente si riportano alcuni esempi di parole triestine di varia origine.[6] Viene segnato, ma a titolo solamente indicativo, anche l'accento tonico.

Dialetto significato in italiano origine
Armeròn armadio accrescitivo di 'armer' (v.)
Armèr cassettone dal latino ARMARIU(M), 'cassa dove si tengono le armi'.
Bagolar andare in giro senza meta probabilmente un verbo denominale dal latino VAGULU(M) 'vagabondo'.
(Un) bic' [bit͡ʃ] (un) pochino utilizzato solo nella locuzione un bic'. Dal ted. Bisschen 'un pochino' (letter. 'un piccolo morso'); meno probab. dall'inglese a bit.
Bìsniz, bisnìz, bìsnis pateracchio, intrallazzo plur. bisnìzi. Dall'inglese business ['biznis] 'affare, lavoro, occupazione', probabilmente risalente al periodo di occupazione alleata alla fine della seconda guerra mondiale, o anche più tardi
Bòro moneta, soldo da un antico *borro 'oggetto rotondo'.
Brisiòla braciola di maiale, cotoletta dal latino *BRASIATA(M), cotta sulla brace.
Bubez garzone dal tedesco der Bube, che significa 'giovane', 'ragazzo' o 'monello', tramite lo sloveno bubec ['bubɛ/t͡s/].
Carèga sedia da *'catreda', metatesi del latino CATHEDRA(M).
Chèba gabbia dal latino CAVEA(M).
Chez cacciata, licenziamento dar el chez = cacciare, mandare via, allontanare, congedare. O dal tedesco dialettale gehe z(um Teufel), 'va al diavolo!' o dallo sloveno kec [kɛt͡s], interiezione per scacciare il gatto, che però potrebbe essere un prestito dal ted. hetzen 'aizzare, istigare'. Più fondata parrebbe la derivazione dal tedesco dialettale meridionale gehtz! (geht's!), letteralmente 'andate!', ordine assai comune per lo scioglimento dei ranghi tra le truppe austro-ungariche.[7]
Cìsto privo di denaro, in miseria, scadente dallo sloveno o croato čist [t͡ʃist], 'pulito'
Cocàl gabbiano probabilmente dal greco kaukalìas (uccello non identificato).
Còfe matto; stupido, incosciente dal tedesco Kopfweh, 'mal di testa, male alla testa'. Sembra che il termine risalga alla prima guerra mondiale e si riferisca ai soldati scartati alla visita di leva in quanto malati di mente.
Flìca soldo, moneta dal ted. Flicken 'rattoppo, cencio', in quanto durante le guerre del Risorgimento l'Austria era solita sostituire le monete metalliche con buoni di carta che si riducevano ben presto a brandelli
Flòsca schiaffo, scapaccione dal tedesco viennese Flazka, 'schiaffo'
Clùca maniglia dal croato e sloveno kljuka ['kλuka], 'maniglia'
Màre mamma voce veneta dal latino MATRE(M)
Mlècherza - Mlècarza lattaia dallo sloveno mlekarica ['mlɛkart͡sa], con lo stesso significato. Reliquia dei tempi in cui il latte veniva venduto in città da donne provenienti dal vicino contado massicciamente slovenofono.
Mùlza sanguinaccio, grasso adiposo sui fianchi (maniglie dell'amore) dal dialetto sloveno del Carso mulca ['mult͡sa] 'sanguinaccio'
Mùlo/a ragazzo/a dall'animale omonimo (incrocio tra asino e cavalla), nel senso di 'bastardo', dato da principio ai ragazzacci e poi esteso ai ragazzi in genere. È parallelo all'emiliano burdèl 'ragazzo', dal latino BURDU(M) 'bardotto' (incrocio tra cavallo e asina), e quindi ancora bastardo.
Nagàna forte sonnolenza; giovane teppistello dall'aria studiatamente stanca e annoiata dal titolo di un film americano "Nagana" di grande successo degli anni 30 del '900. Il termine deriva da ulunakane (o unakane)[8], la parola zulu, che indica la fase acuta di una malattia del bestiame chiamata tripanosomiasi ed è detta 'nagana' anche in italiano, o 'malattia del sonno'.
Papùza ciabatta tramite forse il francese babouche, prestito dall'arabo bābūš, a sua volta tratto dal pers. pāpūš, 'ciò che copre (pūš) il piede ()'.
Patòc ruscello dallo sloveno potok (patok nel dialetto del Carso), con stesso significato
Petès bevanda superalcolica (per lo più di cattiva qualità) da peto, 'flatulenza'
Piròn forchetta dal termine greco bizantino tò piróuni
Plafòn soffitto dal francese plafond [plafõ], stesso significato
Puf debito voce gergale presente in vari dialetti italiani, oltre che in francese e tedesco.
Remitùr caos, confusione molte le proposte sull'origine del termine, che comunque resta oscura.
Ribòn pagello dal lat. RUBRONE(M), pesce dal colore rosato.
Safèr autista, conducente (anche di mezzi pubblici) dal francese chauffeur [ʃofœʁ] possibilmente attraverso il tedesco.
Scàfa acquaio etimo incerto: dal greco skáphē 'truogolo, vasca'. Per alcuni, invece, è voce di origine longobarda.
Scònto nascosto dal part. pass. del verbo sconder, che è dal latino A(B)SCONDITU(M), con aferesi della a.
Scurtòn ritaglio finale (per lo più di corde, tessuti ecc.) dal verbo scurtar 'accorciare'
Sìna rotaia dal tedesco Schiene, 'rotaia'
Spàrgher cucina a legna dal tedesco Sparherd, 'cucina economica'.
Slàif freno o dal ted. Schleifzeug 'martinicca', oppure, dal verbo schleifen 'tirare a forza indietro, arrotare' e, per estensione, 'frenare'.
Sluc sorso, sorsata dal tedesco Schluck, sorso
Smùzig sporco, imbrattato dal tedesco schmutzig. Ormai in procinto di scomparire, il termine sopravvive solo nella varietà di alcuni parlanti, soprattutto se provenienti dal circondario slovenofono.[9]
Trapolèr intrallazzatore, truffatore di bassa lega dall'italiano trappola.
Tàulig - Tàulic abile al servizio militare dal tedesco tauglich, 'abile (al servizio militare)'. Era di uso corrente tra le file dell'esercito austro-ungarico per designare coloro che erano ritenuti idonei al servizio. Termine ormai desueto, sopravvive solo nella memoria di alcuni anziani e in una popolare canzone.
Tùmbaro - Tùmbano duro di comprendonio, ignorante dall'alto tedesco medio tumb (ora dumm), 'sciocco'.
Visavì di fronte dal francese vis-à-vis [vizavi].
Viz spiritosaggine, gioco di parole; senso, motivo, ragione dal tedesco Witz 'motto di spirito'
Zìma /'dzima/ freddo intenso, pungente dallo sloveno zima ['zima], inverno, freddo (sost.)

Sistema di scrittura

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Il triestino si scrive con l'alfabeto latino. La grafia del triestino non è stata standardizzata o fissata normativamente. Le recenti proposte di standardizzazione ortografica della lingua veneta non sono state recepite per il triestino, per il quale il modello ortografico di riferimento rimane quello dell'italiano. Da quest'ultimo, tuttavia, il triestino si discosta per alcuni aspetti:

  • la lettera x viene usata per indicare la fricativa alveolare sonora, ma solo nelle terze e seste persone dell'indicativo presente del verbo essere el xe, la xe, i xe, le xe (egli è, lei è, essi sono, esse sono).
  • Il digramma ss viene usato per indicare la fricativa alveolare sorda in posizione intervocalica, come nelle parole cossa (che cosa?) e rossa (rossa). Tale digramma non indica, come invece avviene in italiano, un suono doppio.
  • Il nesso s'c indica la successione della fricativa alveolare sorda e della affricata palatoalveolare sorda, come nelle parole s'cioca (schiocco), s'cenza (scheggia), ras'ciar (raschiare).
  • Benché oggi sempre più frequenti, non sono del dialetto schietto i digrammi gl (dell'ital. aglio) e sc (dell'ital. scemo).

Padre Nostro in dialetto

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Non esiste una versione ufficiale del Padre Nostro in dialetto triestino. Di seguito si riportano tre versioni in triestino di tale preghiera: le prime due sono quelle tradotte dall'italiano in triestino corrente. La terza è stata sentita e annotata durante la seconda guerra mondiale. Quest'ultima si discosta in più punti dalla versione liturgica cattolica in lingua italiana, come si può notare dalla traduzione italiana riportata di seguito.

Forme correnti
Pare nostro che te son int'ei zieli
che sia benedì el tu nome
che vegni el tu regno
sia fata la tu volontà
come in ziel cussì in tera
dane ogi el nostro pan de uni zorno
e rimetine i nostri puf'
come che noi ghe li rimetemo ai nostri debitori
e no sta indurne in tentazion
ma liberine de ogni mal.
Amen
Pare nostro che te sta in cel,
che sia benedì el tuo nome,
che vegni el tuo regno,
che sia fata la tua volontà
come in cel cussì in tera;
dane ogi el nostro pan de ogni giorno
e condònine i nostri debiti
come che noi ghe li condonemo ai nostri debitori,
e no stà ciaparne in tentazion
ma lìberine del mal.
Amen
Forma annotata durante la Seconda Guerra Mondiale
Pare nostro che te sta in zel
che fussi benedido el tu nome
che venissi el tu podèr
che fussi fato el tu volèr
come in zel cussì qua zo.
Mandine sempre el toco de pan
e perdònine quel che gavemo falà
come noi ghe perdonemo a chi che ne ga intajà[10].
No sta mostrarne mai nissuna tentazion
e distrìghine de ogni bruto mal.
Amen
Traduzione italiana della forma annotata durante la Seconda Guerra Mondiale
Padre nostro che sei in cielo
sia benedetto il tuo nome
venga il tuo potere
sia fatto il tuo volere
come in cielo così quaggiù.
mandaci sempre il pezzo di pane
e perdonaci quello che abbiamo sbagliato
come noi perdoniamo chi ci ha imbrogliato.
Non mostrarci mai nessuna tentazione
e liberaci da ogni brutto male.
Amen
Forma liturgica cattolica in lingua italiana
Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Amen.

Dialogo tratto da: Carpinteri e Faraguna. Noi delle vecchie provincie. Trieste, La Cittadella, 1971.

Àle, àle, siora Nina, che el sol magna le ore!
No per vù, me par, sior Bortolo che sé qua sempre in gamba a contarne una roba e l'altra, tuto de tuti ... anca quel che se gavemo dismentigado...
Memoria, graziando Idio, no me ga mai mancado. Ma el mal xe che el sol magna le ore e le ore, pian pian, ne magna anca a nualtri!
Ma disème la sinzera verità: quanti ani gavé vù, sior Bortolo?
Indiferente. No conta i ani che se ga fato, conta quei che resta...

Traduzione italiana

Alé, alé, signora Nina, che il tempo passa!
Non per Voi, mi pare, signor Bortolo che siete qui sempre in gamba a raccontarci una cosa e l'altra, tutto di tutti… anche quello che ci siamo dimenticati…
Di memoria, ringraziando Iddio, non me n'è mai mancata. Ma il male è che il sole mangia le ore e le ore, pian piano, mangiano anche noi!
Ma ditemi la sincera verità: quanti anni avete Voi, signor Bortolo?
Non importa. Non contano gli anni che si sono compiuti, contano quelli che restano…
  1. Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto".
  2. Aspetti linguistici - Carta tematica 95 (JPG), in Atlante tematico d'Italia, Touring Club Italiano (in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche), 1989-1992.
  3. Sabine Heinemann e Luca Melchior, Manuale di linguistica friulana, Walter de Gruyter GmbH & Co KG, 16 giugno 2015, ISBN 9783110310771. URL consultato il 28 gennaio 2016.
  4. La presenza della M tra parentesi (M) in coda alla voce latina indica che la voce triestina, come gran parte delle voci delle lingue neolatine, deriva dalla voce latina all'accusativo ma senza la M, che quando sono avvenuti i passaggi dal latino alle lingue neolatine era già disusata da lungo tempo. VENENUM > VENENU > velen
  5. V. in Bibliografia - Grammatica del Dialetto Triestino
  6. Il Nuovo Doria - M. Doria - N. Zeper - Trieste 2012
  7. senza fonte
  8. (EN) Dictionary Unit for South African English DSAE, nagana, n. Meaning, origin, related words | Dictionary of South African English, su dsae.co.za. URL consultato il 12 maggio 2026.
  9. senza fonte
  10. il verbo "intaiar" è qui palesemente errato (errore di citazione?): in triestino significa "insospettirsi", "subodorare"
  • Collussi, G. Osservazioni sul triestino di Carpinteri e Faraguna: la concordanza dei tempi, in Holtus - Metzeltin, Linguistica e dialettologia, G. Narr Verlag, Tübingen, 1983, pp. 49–53.
  • Doria, M. Storia del dialetto triestino - con una raccolta di 170 testi. Trieste, ed. Italo Svevo, 1978
  • Doria, M. Sugli slavismi del dialetto triestino giunti per intermediazione friulana, in Studi forogiuliesi in onore di C. C. Mor, Udine, 1983.
  • Doria, M. Grande dizionario del dialetto triestino - storico etimologico fraseologico. Trieste, Il Meridiano, 1987.
  • Doria, M. - Zeper N. Il Nuovo Doria - Trieste 2012
  • Fontanot, R. Gli elementi turchi nel dialetto triestino, in Trieste e la Turchia. Storie di commerci e di cultura, a cura di G. Pavan, Trieste 1996, pp. 122–125.
  • Fontanot, R. Integrazioni semantiche ed idiomatiche al GDDT, in “Archeografo Triestino”, CIII, 1995, pp. 11–52.
  • Fontanot, R. Noterelle etimologiche triestine, in “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia patria”, XCV, 1995, pp. 423–427.
  • Fontanot, R. Nuovo supplemento al dizionario del dialetto triestino, in “Atti e memorie della società istriana di archeologia e storia patria”, XCIII, 1993, pp. 341–396.
  • Fontanot, R. Sui suffissi nel dialetto triestino, in “Quaderni del Dipartimento di Linguistica – Università di Firenze”, 6, 1995, pp. 55–94.
  • Kosovitz, E. Dizionario-vocabolario del dialetto triestino e della lingua italiana, Trieste, Tip. figli di C. Amati, 1889.^
  • Loffredo A. Morfologia flessiva del dialetto triestino: tesi di laurea in dialettologia, Trieste, Università degli Studi, 2001-2002.
  • Pinguentini, G. Dizionario storico etimologico fraseologico del dialetto triestino. Trieste, Borsatti, 1954.
  • Rosamani, E. Vocabolario giuliano. Trieste, Lint Editoriale, 1990.
  • Tamas R. Cenni sul dialetto triestino, in Per seguir virtute e canoscenza: miscellanea di studi per Lajos Antal. Szombathely, Berzsenyi Daniel Foiskola, 2004, pp. 299–321.
  • Vidossich, Giuseppe Studi sul dialetto triestino. Trieste, Caprin, 1901.
  • Pellegrini Renzo, Per un profilo linguistico, in Storia economica di Trieste, vol. I, La città dei gruppi 1719-1918, Trieste 2001, pp. 293–316
  • Zeper Nereo, Grammatica del Dialetto Triestino - confrontata con la grammatica della lingua italiana - Trieste, Bianca&Volta Edizioni, 2015

Voci correlate

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