Il Papa vive a Firenze

BERJAYA

Uno dei punti più suggestivi di Firenze è Piazzale Michelangelo. E’ molto frequentato dai turisti (perché da lì si vede tutta la città) ma anche dai residenti, perché è il luogo dei giorni felici: ogni volta che a Firenze succede qualcosa di bello, i fiorentini si riuniscono tutti lì per festeggiare. Non importa neanche fissare su Whatsapp o pubblicare un post sui social: se è arrivata una buona notizia, ti basta andare lì e già sai che ci troverai almeno un amico con cui condividere la tua gioia. 
Piazzale Michelangelo è sempre bello, ma in quei momenti diventa davvero magico. Tutte le macchine suonano il clacson a mo’ di trombetta da stadio, tutti i ragazzi cantano e ballano, e vengono stappati così tanti spumanti che quando torni a casa devi farti la doccia per tutti gli schizzi di alcol che ti sono piovuti addosso. E il bello è che sul momento non lo vivi come un fastidio, anzi sei contento che qualcuno di quegli schizzi ti abbia raggiunto, perché è una sorta di battesimo: così come l’acqua del prete testimonia il tuo ingresso nella comunità cristiana, allo stesso modo quelle gocce di spumante testimoniano che tu eri lì in quel momento, e hai partecipato a una giornata che non dimenticherai mai.
La più bella giornata che abbia passato a Piazzale Michelangelo è senza dubbio quella del 2 Marzo 2008. Si giocava Juventus – Fiorentina, e fino a un quarto d’ora dalla fine i viola stavano perdendo per 2 – 1. Poi un calciatore qualunque, che aveva sempre giocato malissimo sia prima che dopo quella partita, decise che quel giorno sarebbe stato il più bello della sua e delle nostre vite. Prima fece il gol del pareggio, poi a tempo quasi scaduto fece un passaggio precisissimo a un suo compagno e gli fece segnare il gol del 3 – 2. Firenze esplose immediatamente, per vari motivi: perché il gol della vittoria era arrivato all’ultimo minuto, perché la Juve è la nostra arcinemica, e soprattutto perché non vincevamo in casa sua da vent’anni esatti. La volta precedente (nel 1988) io non ero neanche nato, e lo stesso vale per tanti altri tifosi. Di conseguenza piazzale Michelangelo si tinse di viola per tutto il pomeriggio, e i festeggiamenti andarono avanti fino a notte inoltrata. 
Il calciatore che ci ha regalato tutto questo (Papa Waigo) è nato in Senegal, ma ormai è diventato un simbolo della nostra città. Vi basti sapere che in un bar di Firenze tuttora campeggia una sua foto accanto a quella di Papa Leone, e a chi chiede il perché di questo strano accostamento il proprietario risponde sempre: “A sinistra il papa vero, a destra il papa nero.” Oppure la variante: “A sinistra il Papa di Roma, a destra il Papa di Firenze.” E forse tra i 2 è più fortunato Papa Waigo, perché Papa Leone un giorno verrà sostituito, Papa Waigo invece ha lasciato un segno indelebile nella storia della città. Anche chi non l’ha mai visto giocare sa perfettamente chi è e cos’ha fatto per Firenze, un po’ come succede a Napoli con Maradona.
Tuttavia, tra i fiorentini e i napoletani c’è una differenza fondamentale: le nostre gioie, le nostre storie e la nostra vita in generale non le condividiamo con chiunque. Al contrario, i fiorentini tendono a guardare con fastidio chi viene da fuori, anche se è un turista che spende e spande senza ritegno nei negozi del centro. Anzi, forse quel tipo di forestiero è il più detestato in assoluto, perché pensa di poterla fare da padrone in casa nostra con la forza del suo portafogli, quando invece è solo un pollo che è venuto a farsi spennare comprando a 10 degli oggetti che non valgono neanche 5.
Uno dei motivi per cui i fiorentini vedono con ostilità i forestieri è proprio la bellezza della loro città. Ne sono gelosi, e hanno paura che chi viene da fuori gliela rovini. Ricordo ad esempio che un giorno degli americani cafoni si misero a mangiare gli hamburger del McDonald’s seduti per strada, e una volta finito lasciarono tutte le cartacce sul marciapiede: in men che non si dica tutti i fiorentini lì intorno li riportarono indietro e gli dissero “No bellini, ora vu’ raccattate tutto e vu’ lo buttate nì cestino, qui un vu’ siete a casa vostra”. Glielo dissero in dialetto fiorentino, ma il tono e i gesti erano così perentori che gli americani capirono al volo il significato di quelle parole, e si precipitarono ad obbedire. E’ per questo che Firenze non sarà mai sommersa dalla sporcizia come altre città d’Italia: i fiorentini non lo sopporterebbero, il loro senso del bello non glielo permetterebbe.
Se dovessi citarvi un solo libro che riesce a cogliere in pieno la bellezza di Firenze, direi senza dubbio Il prezzo della notte di Fabrizio De Sanctis. Lo capisci fin dalle prime pagine che l’autore sa tutto della nostra città, perché una delle prime frasi del libro è “Novembre a Firenze è un mese triste”. Non voglio rivelarvi il motivo, e neanche i dettagli della trama: vi basti sapere che si tratta di un giallo in cui il detective cerca di scoprire per quale motivo un maniaco sta uccidendo uno dietro l’altro i tassisti della città. Per noi fiorentini sono una categoria protetta, perché conoscono le nostre strade meglio di chiunque altro, e quindi svolgono per i loro clienti la stessa funzione che Virgilio svolgeva per Dante quando lo guidava nella Divina Commedia. Se venite a Firenze, affidatevi a loro. Se non ci venite, almeno leggete Il prezzo della notte: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi? Dove andate quando volete festeggiare un giorno felice?

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Niente può fermarmi

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E’ tipico di molti uomini potenti prendere dalla strada una persona senza arte né parte e darle una carica infinitamente superiore ai suoi meriti. Lo fanno nella convinzione che, se prendono uno spiantato e gli garantiscono una posizione che non avrebbe mai potuto raggiungere senza il loro aiuto, allora quel miracolato gli rimarrà fedele a vita. Inoltre, non avendo nessuna competenza, non metterà bocca nel loro lavoro e li lascerà fare tutto ciò che vogliono. E’ il caso ad esempio di Beppe Grillo, che prese un venditore di Cornetti Algida allo stadio San Paolo e lo mise a fare il ministro degli esteri. E prima ancora di Berlusconi, che vide una ragazza su un calendario sexy, se ne invaghì e la mise a fare il ministro per le pari opportunità. 
I potenti che adottano questa strategia raramente vedono ripagata la loro generosità. Un po’ perché la gratitudine è merce rara, un po’ perché a distanza di tempo il miracolato tenderà a montarsi la testa: di conseguenza arriverà a credere che quel posto non l’ha ottenuto per grazia ricevuta, ma se l’è pienamente meritato. Ergo, non deve assolutamente nulla a chi gliel’ha dato quando non sapeva neanche come arrivare a fine mese.
Questo è esattamente il caso dell’onorevole Pignataro. Ha preso sotto la sua ala un ragazzo qualunque, e l’ha assunto per fargli da autista. Max non lo accompagna solo da casa al Parlamento e viceversa, ma per tutta Roma: se Pignataro deve andare in un ristorante, chiama Max; se gli viene voglia di giocare a golf, chiama Max; se vuole andare a casa dell’amante, è sempre Max ad accompagnarlo lì e ad aspettarlo fuori per tutto il tempo necessario. 
Se Max fosse furbo sarebbe contento come una Pasqua per essere diventato il tuttofare di un politico, e gli sarebbe grato per tutta la vita. Invece commette l’errore più grande della sua vita: piazza una telecamera in casa dell’amante di Pignataro, ottiene un video in cui lui fa sesso e assume droga insieme a lei, e con quello in mano lo ricatta per ben 500.000 euro.
Max pensa che, siccome Pignataro è un parlamentare del gruppo misto, nessuno si preoccuperà di questo video all’infuori dello stesso Pignataro. Invece con il suo ricatto Max ha causato un vero e proprio terremoto. Perché in Parlamento la maggioranza è risicata, quindi ogni singolo voto è decisivo. E uno come Pignataro, che è sempre presente a tutte le sedute ed essendo del gruppo misto può votare come gli pare, è una pedina particolarmente preziosa in questo gioco di potere. Sarebbe un peccato perderlo per un video imbarazzante. Ergo, quel video deve sparire. E ovviamente deve sparire anche chi l’ha girato. Tanto è un disgraziato qualsiasi, non mancherà a nessuno.
I cospiratori hanno fatto male i conti, perché c’è qualcuno a cui manca Max. E l’amico che lo rimpiange è un giornalista investigativo, quindi ricostruire le cospirazioni pezzo per pezzo è il suo pane quotidiano. Dentro di sé sa benissimo che Max non era uno stinco di santo e se l’è un po’ andata a cercare, ma è comunque determinato a scoprire la verità. Ma qual è la verità? Chi ha ucciso Max?
Come avrete capito, Il potere di uccidere di Fabrizio Roncone è più di un semplice giallo. Leggendolo si respira la stessa atmosfera di Tutti gli uomini del presidente, perché anche in questo caso abbiamo un giornalista che fa la scelta coraggiosa di sfidare degli uomini potenti e dai mezzi infinitamente superiori ai suoi. E proprio come nel mitico film con Dustin Hoffman e Robert Redford, più si accumulano le schifezze scoperte dal giornalista e più speri con tutto il cuore che alla fine lui riesca a farla pagare a tutti coloro che sono coinvolti nell’omicidio del suo amico. Ce la farà? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Il potere di uccidere: ne sarete deliziati.

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Vogliono tutti la stessa cosa

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Nel Gennaio 2016 andai in un cinema da 8 sale, e ci trovai una fila spaventosa. La coda era così lunga che non riusciva a stare tutta dentro al cinema, quindi gli ultimi della fila aspettavano fuori, e rimanevano lì in piedi nonostante facesse un freddo micidiale. Avendo una certa esperienza, capii subito che non erano stati 8 film diversi ad attirare tutta quella folla: secondo me erano tutti lì per lo stesso film, perché le file clamorose si creano solo quando tutti vogliono la stessa cosa. Quando alzai lo sguardo verso il monitor del multisala ebbi una conferma della mia intuizione: infatti i biglietti per Revenant erano quasi esauriti, mentre invece gli altri 7 film non avevano venduto quasi nulla. Erano tutti lì per vedere il film che avrebbe dato l’Oscar a Di Caprio. Questo non era un problema per me, perché io volevo vedere Creed.
In quell’occasione ebbi conferma anche di un’altra mia intuizione: io e il grande pubblico non siamo mai in sintonia. Se tutti vogliono vedere un certo film, a me ne interessa un altro che non si fila nessuno. Se tutti leggono i fumetti giapponesi, io preferisco quelli americani. Se tutti ascoltano la trap, io ascolto Nina Zilli. Molti credono che lo faccia apposta per sembrare originale o per fare l’alternativo a tutti i costi, invece non è così: io mi appassiono a qualcosa, e soltanto dopo scopro che è un prodotto di nicchia che non conosce nessuno. Viceversa, i prodotti di grandissimo successo non mi hanno mai entusiasmato: non solo non mi piacciono, ma non riesco neanche a capire cosa ci trovano gli altri.
Proprio per questo non potrei mai fare l’imprenditore o il venditore, perché chi lavora nel commercio i gusti degli altri deve coglierli al volo. Anche mentre è seduto al tavolino di un bar deve osservare cosa fanno gli altri, come si vestono e come parlano, e da lì trarre infiniti spunti per intuire cosa vuole il mercato. Lo capisce vedendo che persone di ceti sociali diversi scelgono vestiti dello stesso colore, oppure che la donna di 50 anni e il ragazzo di 20 canticchiano la stessa canzone: quando un gusto è trasversale, allora qualsiasi prodotto che soddisfa quel gusto è vendibile. E allora il bravo imprenditore sceglierà quel colore per i suoi prodotti, oppure metterà in sottofondo nei suoi negozi delle canzoni simili a quella che ha sentito canticchiare. Apparentemente è un dettaglio superfluo, invece non lo è, perché magari una cliente si ricorderà del tuo negozio proprio perché lì dentro ha sentito per la prima volta una canzone che le è rimasta nel cuore. E quindi ci tornerà ancora, magari portandosi dietro la mamma o un’amica. 
Tutti questi dettagli li ho appresi leggendo Cuore e capitale di Steven Basalari. Il titolo dice tutto: l’autore vuole farci capire che il bravo imprenditore non deve avere il capitale come unico pensiero e obiettivo, ma deve metterci anche il cuore. Questo significa non solo cercare il contatto umano con gli altri (perché è da quello che nascono le migliori idee), ma anche creare un buon ambiente di lavoro, nel quale i dipendenti sono rispettati dai loro superiori e collaborativi tra di loro. Se invece c’è un superiore che approfitta del suo potere per umiliare e denigrare gli altri, oppure un dipendente che avvelena l’umore dei suoi colleghi con maldicenze e scoppi d’ira, allora l’imprenditore con un cuore non è quello che dice “Vogliamoci bene”, ma quello che ha il coraggio di buttare via quella mela marcia prima che rovini tutto il cestino. 
Probabilmente per chi fa l’imprenditore o il venditore il libro di Steven Basalari non è altro che una raccolta di informazioni risapute. Tuttavia, per me che non conosco quel mondo è stato molto istruttivo, perché mi ha fatto riflettere su tanti aspetti che non avevo mai considerato. E lo ha fatto con un linguaggio semplice, tipico dell’imprenditore concreto che non bada a tanti fronzoli. Perché, come dice lui stesso, se non sai spiegare un’idea in modo semplice allora non riuscirai neanche a venderla. Io non so se sono riuscito a vendervi il suo libro, ma so per certo che sono molto contento di averlo letto.
P.S.: Anche a voi è capitato di appassionarvi a qualcosa che non piaceva a nessuno, oppure di detestare qualcosa che tutti adoravano?

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Una sorpresa dopo l’altra

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Il cinema è come lo champagne: ci sono annate buone e altre meno buone. Il 2005 fu un’ottima annata: infatti quell’anno alla notte degli Oscar vinse lo splendido Million Dollar Baby, ma erano in gara tanti ottimi film, da Ray a Hotel Rwanda (uno dei miei film preferiti in assoluto). Fu proprio in quell’anno che iniziai a seguire la notte degli Oscar: ebbi un tempismo perfetto, perché l’anno successivo ci fu uno dei colpi di scena più clamorosi nella storia dell’Academy, ovvero la vittoria di Crash – Contatto fisico su I segreti di Brokeback Mountain nella categoria miglior film.
Quelle 2 edizioni così folgoranti fecero scoppiare in me un amore immenso per la notte degli Oscar. Adoro ogni dettaglio di quella cerimonia: la tensione che si taglia con il coltello prima e durante le premiazioni, la gioia palpabile di chi sale sul palco, e soprattutto i verdetti a sorpresa (ogni anno ce n’è almeno uno). Se l’anno scorso la sorpresona era stata la sconfitta di Demi Moore, quest’anno il momento in cui abbiamo spalancato la bocca per lo shock è stato quello in cui abbiamo visto Michael B. Jordan vincere l’Oscar per I peccatori. Timothée Chalamet era strafavorito, ma si è sabotato con le sue mani: infatti in questo mese di sovraesposizione mediatica ha mostrato la sua solita espressione sbruffona ogni singola volta che è apparso sul red carpet, in più quando apriva bocca peggiorava ulteriormente la situazione (vedi quella dichiarazione per cui l’opera e il balletto non se li fila più nessuno), e quindi i giurati dell’Academy più lo vedevano e più pensavano “Per fargli un dispetto voterò chiunque tranne lui”. Per lui vale una regola d’oro dello spettacolo: se sai di essere bravo ma antipatico nasconditi il più possibile, così il pubblico ti apprezzerà come artista e non saprà mai che lasci a desiderare come persona. Sean Penn l’ha capito, infatti dopo aver fatto tante figure di merda (indimenticabile quella volta che si fece fotografare mentre stringeva la mano ad un criminale latitante) ha scelto saggiamente di non presentarsi a ritirare l’Oscar che ha vinto stanotte.
Per quanto riguarda le altre premiazioni, sapete come la penso su Paul Thomas Anderson. Già nel commentare le nomination scrissi che era un pessimo regista, e anche adesso che il suo film ha vinto tutto alla notte degli Oscar non ho cambiato idea. Non guarderei il film in questione neanche se mi pagassero. In compenso sono molto contento per la vittoria di Amy Madigan, per tanti motivi: perché ha aspettato l’Oscar per QUARANT’ANNI (la sua prima nomination risale al 1986), perché il film in cui recitava (Weapons) è davvero ottimo, e soprattutto perché questa vittoria conferma la fine di un lungo pregiudizio dell’Academy nei confronti del genere horror. Già l’anno scorso avevamo capito che l’Academy non lo considerava più un genere di serie B (perché aveva dato tante nomination prestigiose a The Substance), e quest’anno gli ha dato ulteriore lustro premiando ben 2 film di questo tipo, Weapons e I peccatori. Se vogliamo anche la vittoria di Amy Madigan è stata una sorpresa, perché era favorita l’attrice nella foto, Teyana Taylor.
E voi per chi tifavate? E cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Corona non perdona

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In Italia l’uomo del momento è senza dubbio Fabrizio Corona. Era già noto da molti anni, ma negli ultimi tempi è più che mai sulla cresta dell’onda, per un motivo molto semplice: ha cominciato a vuotare il sacco sui segreti di tutti i vip che conosce. Non lo fa per senso di giustizia, ma per sete di vendetta: infatti Mediaset dopo aver a lungo collaborato con lui ha deciso di scaricarlo, e lui per tutta risposta ha cominciato a rivelare ciò che sa sui personaggi più in vista di quell’ambiente.
A quel punto è successo qualcosa che forse nemmeno lui aveva calcolato: quella che era partita come una vendetta personale si è trasformata in una crociata collettiva. Perché per un popolo invidioso come gli italiani niente è più piacevole che vedere sprofondare nella polvere qualcuno che è più ricco, più potente e più famoso di loro: di conseguenza, quando Corona ha cominciato a gettare fango a getto continuo sui boss di Mediaset il popolo ha cominciato a sostenerlo con tutta la foga possibile. Tutti commentano i suoi video su Twitter, tutti ci fanno i meme su Tiktok, tutti li rilanciano nelle loro storie di Instagram. Ogni volta che Corona pubblica qualcosa, Internet esplode. 
Forse se così tanti italiani hanno cominciato a tifare Fabrizio Corona è anche perché vedono nello scontro tra lui e Mediaset una versione all’amatriciana di Davide contro Golia: lui è da solo, Mediaset invece è un colosso che appartiene alla famiglia più ricca e più potente d’Italia, eppure lui riesce lo stesso a tenere testa a tutti. Non sottraendogli del denaro, ma mettendoli in imbarazzo, e questo è peggio di qualsiasi perdita economica: infatti per un pezzo grosso di Mediaset 10 milioni in più o in meno non cambiano nulla, mentre invece passare dall’essere servito e riverito al diventare lo zimbello d’Italia è un danno enorme, e purtroppo permanente.
Anche Mickey Haller si è infilato in una lotta impari alla Davide contro Golia. Lui è un semplice avvocato, e ha fatto causa ad un colosso informatico chiamato Tidalwaiv. L’azienda in questione aveva ideato un’intelligenza artificiale in grado di assumere un aspetto molto attraente, chiacchierare piacevolmente con gli utenti e perfino mandargli dei messaggi di sua iniziativa: insomma, una vera e propria fidanzata virtuale, che ti cerca lei per prima, ti tiene compagnia per tutto il tempo che vuoi ed è pure una gran figa. Peccato che lei sia stata messa a punto da un programmatore misogino: di conseguenza nelle sue conversazioni lei infila continuamente delle frasi sessiste, e fa il lavaggio del cervello agli utenti con cui chatta convincendoli che le donne sono tutte puttane. Quelle poche che non lo sono e al contrario rifiutano gli uomini meritano solo il peggio dalla vita. Un adolescente che soffre per essere stato lasciato dalla fidanzata prende alla lettera queste parole, e uccide la sua ex su precisa istigazione di quell’intelligenza artificiale. 
Insomma, apparentemente la sequenza degli eventi è semplice, e per Mickey Haller non dovrebbe essere così difficile ottenere un verdetto di colpevolezza. In realtà è quasi impossibile, perché è dura dimostrare che ci sia un legame diretto tra quelle chat e l’omicidio. Inoltre, il ragazzo aveva un passato violento già prima di iniziare a chattare con quell’intelligenza artificiale, quindi gli avvocati della Tidalwaiv hanno gioco facile nel sostenere che probabilmente avrebbe ucciso la sua ex anche se non fosse stato spinto a farlo.
Ovviamente Mickey Haller è un personaggio di gran lunga migliore di Fabrizio Corona, e combatte per un motivo molto più nobile. Proprio per questo, più va avanti la storia e più il lettore comincia a fare per lui un tifo sfegatato, e spera con tutto se stesso che alla fine riesca a vincere il processo contro la Tidalwaiv. Ce la farà? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Nessuna via d’uscita di Michael Connelly: vi terrà incollati fino all’ultima pagina.

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All’ultimo minuto

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12 anni fa andai al cinema a vedere Tutto può cambiare. Avevo capito fin dal trailer che era un film valido, ma non avrei mai creduto di venire travolto da così tanta meraviglia. Non ho mai pianto per un film, né prima né dopo di allora, ma in quell’occasione mi successe per ben 3 volte. Piansi anche mentre tornavo a casa, ripensando a tutte le emozioni che avevo provato durante la visione. E il bello è che Tutto può cambiare non è affatto un film triste: piansi perché ero commosso dalla sua bellezza.
Se quel film è venuto così bene, il merito è anche di una sua attrice di contorno, Hailee Steinfeld. Alla luce di questo, sono STRAFELICE che il suo ultimo film (I peccatori) abbia ottenuto la bellezza di 16 nomination all’Oscar. Tra l’altro si tratta di un record assoluto, ma questo non deve far pensare che l’Oscar al miglior film sia già assegnato: anche Emilia Perez e prima ancora La La Land avevano fatto il pieno di candidature, ma poi nell’intervallo tra l’annuncio delle nomination e le premiazioni furono superati da un altro film. Perché la corsa agli Oscar è un po’ come l’elezione del papa o del presidente della Repubblica: si decide all’ultimo minuto, e spesso i nomi che vengono fatti all’inizio sono proprio quelli che verranno bruciati.
I peccatori deve vedersela con altri 4 film: Una battaglia dietro l’altra, Hamnet, Marty Supreme e Sentimental Value. Anche Frankenstein ha racimolato molte nomination, ma sono meno “pesanti” rispetto agli altri film che ho nominato (perché sono quasi tutte nelle categorie tecniche), quindi non lo considero un vero contendente. 
Se confrontiamo i registi candidati, è evidente che si scontrano 2 visioni opposte del cinema. Da un lato il regista de I peccatori (Ryan Coogler), che ha sempre fatto dei film rivolti al pubblico (penso ad esempio allo splendido Creed); dall’altro Paul Thomas Anderson e Chloe Zhao, che invece hanno sempre fatto dei film rivolti alla critica. Ryan Coogler pensa “Questo film manderà in estasi gli spettatori”, gli altri 2 pensano “Questo film mi frutterà tante recensioni a 5 stelle e qualche premio al festival di Venezia o di Cannes”. Dato che ho sempre detestato i film d’autore per la loro natura intellettualoide e inutilmente cervellotica, la loro raffinatezza ostentata e la loro finta profondità, io ovviamente tiferò per Ryan Coogler. E se proprio deve perdere, spero che almeno non venga sconfitto da Paul Thomas Anderson, perché quest’ultimo è davvero un pessimo regista. Lo si può vedere in particolare da Vizio di forma, che lui ha girato illudendosi che bastasse mettere qualche scena azzeccata all’inizio e alla fine per avere un buon risultato. Peccato che nel mezzo ci sia una parte centrale fatta malissimo, in cui si accumulano a dismisura personaggi su personaggi, dialoghi su dialoghi, situazioni su situazioni, senza che ci sia un filo logico a tenere insieme il tutto. Dato che anche il film precedente di Anderson (The Master) non mi era piaciuto affatto, dopo Vizio di forma decisi che non avrei mai più visto un suo film, e neanche le tante nomination di Una battaglia dietro l’altra mi faranno cambiare idea.
Sugli attori c’è poco da dire: Timothée Chalamet ha già in mano l’Oscar per Marty Supreme, Jessie Buckley ha già in mano l’Oscar per Hamnet.
Per quanto riguarda le altre categorie non posso dire molto, perché tra tutti i film candidati ne ho visto solo uno (Weapons). Peraltro è un film candidato per modo di dire, perché ha preso una sola nomination in una categoria minore. Destino simile per The Smashing Machine: di norma i film sulla boxe e sport simili piacciono molto all’Academy, ma in questo caso ha racimolato la miseria di una nomination… per il miglior trucco. Anziché dargli questo misero contentino, forse sarebbe stato meglio escluderlo del tutto, come è successo al sequel di Wicked e a Norimberga. A mio giudizio se l’Academy ha dato questo schiaffo a The Smashing Machine è stato per un errore micidiale di casting, ovvero scritturare come protagonista Dwayne Johnson. Un attore che viene dal wrestling e ha passato l’intera carriera a girare film d’azione non potrà mai piacere agli snobbissimi giurati dell’Academy, quindi era ovvio che gli avrebbero chiuso la porta in faccia. 
Tirando le somme, tiferò per I peccatori, per Weapons e anche per Song Sung Blue, l’unico tra i film candidati che non ho visto ma ho intenzione di vedere a breve. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli che ho visto nel 2025

BERJAYA

Che anno è stato il 2025 per il cinema? A mio giudizio un anno nostalgico: infatti ogni volta che mi informavo su quali erano i film in cartellone mi accorgevo che erano quasi tutti vecchi film alla seconda distribuzione in sala, e che di novità ce n’erano davvero pochissime. E’ come se il mondo del cinema si fosse rassegnato al fatto che ormai le sale sono frequentate solo dagli anziani, quindi tanto vale lusingarli rispolverando delle anticaglie anziché proporgli un film nuovo di zecca che parla un linguaggio troppo moderno per loro. Davanti a questo vecchiume la mia reazione è stata quella di allontanarmi non solo dalle sale cinematografiche, ma dai film in generale. Nonostante ciò, nel 2025 ho comunque visto 34 film: questi sono i migliori 10.

10) The Fast and Furious: Tokyo Drift: Di norma i film ambientati in Giappone mostrano delle case in legno con le pareti di carta di riso, delle sobrie signore in kimono che bevono il tè su un tavolino basso e degli ampi giardini pieni di ciliegi in fiore. Ecco, prendete tutto ciò che ho detto finora e buttatelo nel cestino, perché questo film ci dimostra che anche in Giappone esistono i tamarri, e porca miseria quanto sono fighi.

9) L’ultimo bacio: All’inizio degli anni 2000 era già cominciata la dissoluzione della famiglia tradizionale, dovuta principalmente alla tendenza delle persone a separarsi con troppa leggerezza, anche quando ci sono dei figli di mezzo. Sarebbe stato ancora possibile fare marcia indietro, ma poi uscì L’ultimo bacio: il film in questione incoraggiò questa tendenza, perché trasmette il messaggio per cui dobbiamo mettere la nostra felicità al primo posto, e se per essere felici dobbiamo sfasciare la nostra famiglia pazienza, non è un delitto. Il successo mondiale avuto da questo film amplificò al massimo questo messaggio diseducativo, e rese irreversibile una degenerazione della società di cui tuttora pagano le conseguenze tanti bambini. Nonostante ciò, devo riconoscere che L’ultimo bacio è un film con un ritmo perfetto e un personaggio secondario che non si dimentica (quello interpretato dall’attrice nella foto, Martina Stella).

8) La lista dei miei desideri: Questo film racconta una grande verità: ognuno di noi ha tanti desideri, e spesso non li concretizza non perché siano irrealizzabili, ma perché ha troppa paura di tutti i cambiamenti che dovrebbe affrontare per inseguire i propri sogni. E’ troppo più comodo restare nella propria comfort zone, anche a costo di lasciare quei sogni in un cassetto. La protagonista di questo film si trova esattamente in questa situazione, finché non succede qualcosa che le dà la spinta di cui aveva bisogno: non vi dico altro per non rovinarvi il piacere della visione. 

7) Il cattivo poeta: Scegliendo questo titolo e mettendo D’Annunzio sulla locandina, quel furbacchione del produttore ha voluto far credere che fosse un film su di lui. In realtà D’Annunzio è solo un personaggio di contorno, e il protagonista è un ragazzo che viene incaricato da Mussolini di tenerlo d’occhio, perché il duce teme che trami qualcosa contro di lui. Il giovane in questione all’inizio è un fascista convinto, poi con il passare del tempo capisce che si è innamorato del partito sbagliato. A quel punto cosa farà? Comincerà a tramare a sua volta contro il duce, oppure si limiterà a sorvegliare D’Annunzio come gli era stato ordinato? Per scoprirlo dovete guardare il film: non ve ne pentirete.

6) Weapons: 20 anni fa andavano di moda i film corali con tante storie parallele, che poi ad un certo punto si incrociavano in maniera davvero geniale (Traffic, Crash – Contatto fisico, The Air I Breathe, Brooklyn’s Finest, Crossing Over e i primi film di Inarritu appartengono tutti a questo filone). Weapons rispolvera questo vecchio schema narrativo e lo applica al genere horror, con risultati davvero fantastici.

5) La casa rossa: Un thriller invecchiato benissimo: è uscito nel 1947, ma ti tiene con il fiato sospeso in maniera più efficace di tanti film moderni. 

4) Caramelo: Un film molto positivo, perché educa al rispetto per gli animali e fa capire l’importanza di non arrendersi mai, neanche nelle circostanze più negative. 

3) La dolce villa: Per i motivi elencati qui.

2) La vita da grandi: Chi ha diretto questo film si è preso un rischio enorme: parlare di disabilità in chiave comica. Se ti viene bene hai fatto un capolavoro, se ti viene male è un disastro, perché oltre alle recensioni negative susciterai anche una profonda indignazione. Per fortuna in questo caso la ciambella è venuta con il buco, anche e soprattutto grazie al bravissimo attore protagonista (che è autistico anche nella vita reale).

1) Nonnas: Per me i migliori ristoranti non sono quelli che ti servono dei piatti sofisticati o che hanno l’ambiente più raffinato, ma quelli che ti fanno sentire a casa. Nonnas è ambientato proprio in un locale di questo tipo, ed è questo che lo rende un film così delizioso.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2025?

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Buona fortuna Maia

BERJAYA

Qualche mese fa mi è capitato sotto gli occhi un post di un’attrice molto giovane. La ragazza in questione aveva recitato per quasi 200 volte in uno spettacolo teatrale, e aveva pubblicato quel post per annunciare che non l’avrebbe fatto mai più. Mi aspettavo che fosse la classica lamentela di un’attrice scaricata, invece non era niente di tutto questo: al contrario, era un post molto dolce, in cui lei esprimeva la sua malinconia per la fine di una bella avventura, ma allo stesso tempo si sentiva felice e piena di gratitudine per aver avuto l’opportunità di viverla. 
Quel post mi ha colpito non solo per la maturità dimostrata da questa ragazza nell’accettare una decisione che chiaramente non condivideva, ma anche perché anch’io mi sono trovato più volte nella sua stessa situazione. Quando si chiude un ciclo che ci ha dato tante soddisfazioni si provano esattamente le sensazioni che ha descritto lei: da un lato siamo dispiaciuti perché sta finendo qualcosa di bello, ma dall’altro siamo anche contenti, perché solo in quel momento capiamo fino in fondo quanto siamo stati fortunati a poterlo vivere. A me è successo quando ho mollato il mio primo lavoro, perché ne avevo trovato un altro molto più vicino a casa: per me fu straziante abbandonare un ambiente in cui tutti mi stimavano e mi volevano bene, ma mi sentivo anche benedetto, perché era stato un dono del cielo il fatto di aver potuto imparare il mio mestiere in un contesto così favorevole.
L’attrice in questione (Maia Reficco) non è particolarmente famosa, quindi ero convinto che non l’avrei mai più incrociata in vita mia. Invece, siccome il mondo è piccolo, pochi mesi dopo Netflix mi ha consigliato un film in cui lei recitava come protagonista. Ho sorriso quando l’ho riconosciuta, perché ho capito che per lei chiusa una porta si era aperto un portone. Inoltre (seconda coincidenza clamorosa) quel film era stato girato proprio nella mia Toscana: a saperlo prima sarei andato sul set a chiederle l’autografo. 
Il film in cui recita parte da una storia vera, ovvero dalla decisione dello stato italiano di mettere in vendita alcune case a un euro. La protagonista viene a saperlo, e siccome è una giovane ingenuotta non le viene neanche il sospetto che possa esserci sotto qualcosa: di conseguenza, fa le valigie in fretta e furia e vola dall’America in Italia. Solo dopo essersi trasferita nel nostro paese scopre che sì, è vero, la casa costa un euro, ma è un rudere, e lo stato italiano te la vende solo se ti impegni a ristrutturarla a spese tue. Inoltre, anche ponendo che tu abbia i soldi per ristrutturarla, dovrai comunque passare mesi interi a lavorare sulle scartoffie burocratiche. A quel punto chiunque altro avrebbe detto “Grazie per la perdita di tempo” e sarebbe tornato in America; Olivia invece (come tutti i giovani e come tutti gli americani) ha un’anima sognatrice, quindi decide di rimanere, nella convinzione che in qualche modo i soldi si troveranno e gli ostacoli burocratici verranno rimossi. La sua tenacia verrà premiata, oppure finirà per sbattere il muso contro la dura realtà?
Se ho apprezzato così tanto La dolce villa non è solo per l’attrice protagonista e per gli splendidi paesaggi da cartolina, ma anche per la precisione con cui coglie l’essenza degli italiani. Perché è vero che abbiamo una burocrazia infernale e che siamo dei furbetti con il brutto vizio di dire solo una parte della verità, ma siamo anche simpatici e accoglienti, e quindi alla fine gli stranieri ci amano lo stesso. Olivia ci ama così tanto che vorrebbe restare con noi per sempre: ci riuscirà? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere La dolce villa: è un film davvero delizioso.
P.S.: E voi? In quali occasioni avete sperimentato quel misto di gioia e dispiacere che si provano alla fine di una bella esperienza?

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Ti ricordi di Licia?

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Quand’ero bambino, guardavo spesso un cartone animato chiamato Kiss me Licia. Raccontava la storia di una studentessa liceale perdutamente innamorata di un cantante: quest’ultimo non era famoso, si limitava a esibirsi in qualche localino qua e là, ma lei lo vedeva con gli occhi dell’amore, e quindi lo venerava come se fosse la più grande rockstar in circolazione.
Ovviamente la trama si concentrava soprattutto sulla passione di Licia per questo ragazzo, ma in realtà erano i personaggi secondari quelli che mi interessavano di più. Ad esempio, il padre di Licia gestiva da solo un ristorantino alla buona, e al suo interno c’era sempre un simpatico gattone di nome Giuliano. Quel ristorante non serviva i piatti più buoni del mondo e anche come arredamento era molto informale, ma bastava guardarlo per capire che aveva comunque qualcosa di speciale: l’atmosfera. Con Licia a fare i compiti, suo padre a cucinare e il gatto Giuliano a vagare in giro, quando i clienti si accomodavano lì dentro avevano l’impressione di entrare in casa loro anziché in un’attività commerciale, e questo li faceva sentire subito a proprio agio. Anche noi che guardavamo il cartone avevamo quella sensazione, e infatti le scene ambientate in quel locale erano sempre le più belle di tutta la puntata. 
Di recente ho letto un libro palesemente ispirato a Kiss me Licia. Anch’esso è ambientato in un ristorantino alla buona, e anche lì c’è un gatto simpatico a fare da mascotte; inoltre, la protagonista è una bella ragazza della stessa età di Licia, che lavora lì come cameriera. Tra quelle mura sembra che non debba succedere niente di particolare, invece succede di tutto. E’ uno di quei locali in cui, se rimani seduto per mezz’ora, succederà di sicuro qualcosa di divertente. E quando torni a casa lo fai con il sorriso sulle labbra, sentendoti fortunato per aver scoperto un posto così speciale. Se volete scoprire anche voi la magia di quel ristorante, leggete Da Shippo: pasti caldi e gatto ospitale di Yuta Takahashi: mi ringrazierete.
P.S.: Anche voi guardavate Kiss me Licia? E qual era il vostro cartone preferito?

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Lettera d’amore

BERJAYA

Nel fumetto Superman – Il raccolto, Lana Lang scrive questa lettera a Clark Kent:

Volevo una vita accanto a te. Con noi due che trascorrevamo la nostra esistenza isolati dal mondo. Una vita normale, tranquilla, in un bel paesino. Era questo il mio piano… ed era destinato a fallire fin dal principio. Perché tu eri destinato a spiccare il volo ancor prima che ti mettessi gli occhi addosso. Tu appartieni al mondo, Clark. Lo sai anche tu. Per quanto folle e spaventoso possa sembrare. Hanno bisogno di te… noi tutti abbiamo bisogno di te. E tu troverai il modo di aiutarci il più possibile, perché è questo che fai. Ti chiedo solo un favore. Mentre voli in cielo, proteggendolo, cerca di non dimenticarti di me. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi impresa tu riesca a compiere, tu resterai sempre il ragazzo di cui mi sono innamorata. Con eterno affetto, Lana

Ho trovato molto toccanti queste parole, perché ognuno di noi presto o tardi si è trovato nella stessa situazione di Lana Lang, ovvero rendersi conto che un proprio sogno (d’amore o di altro tipo) è destinato a non avverarsi. Spesso la nostra delusione si tramuta in odio nei confronti di chi (più o meno volutamente) ha tarpato le ali al nostro progetto; Lana Lang invece è così piena d’amore che non riesce a odiare Clark Kent per il fatto di non poterlo avere come compagno di vita. Al contrario, lei si augura solo il meglio per lui, e gli dichiara senza mezzi termini che il suo amore per lui non finirà mai. Questa capacità di amare in maniera incondizionata è una qualità molto rara, ed è questo che rende Lana Lang un personaggio monumentale, anche più dello stesso Superman.
Anche ad Amy è capitata una situazione come questa. Frequenta l’università di Columbus (Ohio), e nel suo campus c’è uno studente che spicca su tutti gli altri, esattamente come Superman: Lewis Conley. E’ un fantastico giocatore di basket, è pieno di amici, e ovviamente è anche bello come il sole. Lei invece è appena arrivata lì, non ha uno straccio di amico da quelle parti, e anche esteticamente non può competere con un simile dio greco. Le sembra totalmente al di fuori della sua portata.
Tuttavia, Amy sottovaluta un fattore importante: la fortuna. Quando qualcosa è destinato a succedere, anche se sembra un’eventualità remotissima e praticamente irrealizzabile, allora tutto si incastrerà in maniera tale da poterla favorire. Così un giorno Lewis comincia ad avere problemi con la sua macchina, ed Amy, essendo una studentessa di ingegneria meccanica, ha tutto ciò che serve per aiutarlo. E’ un’occasione unica per farsi notare da lui, e poi chissà, da cosa nasce cosa…
Come avrete notato, Crash Test di C.S. Quill è un romanzo molto realistico. Perché ognuno di noi presto o tardi si è invaghito di qualcuno che ci sembrava irraggiungibile, e quando ci siamo trovati in quella situazione abbiamo sperato con tutto il cuore che si creasse un’occasione per agganciare il nostro oggetto del desiderio, per fare in modo che quantomeno si accorgesse della nostra esistenza. Così, quando vediamo che la distanza abissale tra Amy e Lewis si riduce e lei comincia ad avere una piccola possibilità di conquistarlo, subito cominciamo a fare per lei un tifo sfegatato, e speriamo con tutte le nostre forze che lei riesca finalmente a coronare il suo sogno d’amore. Andrà a finire così? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Crash Test: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi? Vi è mai capitato che si avverasse un sogno che vi sembrava irrealizzabile?

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