Il territorio della Jugoslavia venne occupato nell'aprile 1941 dagli eserciti italiano e tedesco. La Wehrmacht teneva la Serbia e la Croazia, mentre gli italiani erano così dislocati: in Erzegovina le divisioni Marche e Messina, in Montenegro le Divisioni Emilia, Ferrara, Venezia e Taurinense, inquadrate nella IX Armata; in Slovenia, Croazia e Dalmazia otto Divisioni (Cacciatori delle Alpi, Isonzo, Lombardia, Macerata, Murge, Bergamo, Zara, Eugenio di Savoia), inquadrate nella II Armata. In totale circa duecentomila uomini che, al momento dell'armistizio dell'8 settembre 1943, erano schierati da Fiume sino ai confini albanesi, frammentati in migliaia di piccoli presidi con modeste possibilità di movimento.
Le Divisioni tedesche invece erano disposte unitariamente in blocchi consistenti, con robuste formazioni corazzate e un'aviazione potente. I loro comandi nel contempo avevano previsto, nel caso il governo Badoglio avesse abbandonato l'Asse, interventi immediati atti a neutralizzare e disarmare le forze italiane, ignare delle manovre diplomatiche in atto con gli Alleati da parte del Re e del Generale Badoglio.
Fu così che la sera dell'8 settembre venne subito attuata l'"Operazione Achse", intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l'Italia che all'interno delle nostre unità. Il potere decisionale passò allora nelle mani dei singoli comandanti di unità, che reagirono in modo diverso alle richieste di resa dei tedeschi. Molti militari italiani scelsero di unirsi ai partigiani jugoslavi e con loro parteciparono attivamente alla difesa o riconquista di città come Spalato, Dubrovnik e Belgrado.
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