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Romanzo d'appendice

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BERJAYA Disambiguazione – "Feuilleton" rimanda qui. Se stai cercando la composizione di Johann Strauss (figlio), vedi Feuilleton (valzer).
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Carolina Invernizio fu una scrittrice italiana autrice di popolari romanzi d'appendice.

Il romanzo d'appendice (in francese feuilleton) è una forma di romanzo popolare che usciva a puntate su quotidiani, riviste o altri periodici.[1] Il termine francese feuilleton designava in origine una sezione del giornale destinata ad articoli letterari, teatrali e di varietà; col tempo passò a indicare anche il romanzo pubblicato a puntate in quello spazio.[1][2]

In Francia il romanzo d'appendice raggiunse la sua forma più nota nell'Ottocento: nel 1836 La Presse e Le Siècle inserirono romanzi a puntate nella parte bassa del quotidiano.[1][3] Nei Paesi di lingua inglese la narrativa a puntate seguì percorsi distinti, servendosi di fascicoli mensili, riviste e periodici illustrati, non soltanto del piede del quotidiano.[4][5] In ogni caso il lettore seguiva la storia nel ritmo di uscita del giornale, della rivista o del fascicolo; solo più tardi il testo veniva raccolto in volume.[1][6]

Fu proprio nell'ambito del romanzo d'appendice che diversi generi popolari — il romanzo d'avventura, il poliziesco, il sentimentale, il fantastico — trovarono la loro forma, giungendo a un pubblico vastissimo.[7]

Caratteristiche

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Les Mémoires d'un assassin par Louis Ulbach, au Journal du Dimanche, Jules Chéret, 1878, manifesto pubblicitario per il romanzo.

Nei quotidiani francesi, il romanzo era diviso in puntate collocate nel feuilleton, il piede della pagina, cioè la sua parte bassa; la lettura proseguiva così da un numero all'altro del giornale.[1][2] La scansione in puntate portò con sé finali sospesi, rivelazioni, personaggi ricorrenti, riconoscimenti improvvisi, fughe, rapimenti, misteri familiari, vendette e cambi di fortuna.[8] A ciò si aggiungevano toni melodrammatici, intrighi criminali, segreti e trame che riprendevano personaggi e situazioni da una puntata all'altra.[8] Svolgendosi per settimane o mesi, la storia poteva estendersi, moltiplicare gli episodi e far tornare più volte gli stessi personaggi davanti ai lettori.[1][2]

Il nome "romanzo d'appendice" rimanda alla collocazione di queste storie nella parte bassa della pagina del quotidiano, prima che fossero eventualmente raccolte in volume.[2][6] In francese il termine feuilleton designava in origine quella sezione del foglio; roman-feuilleton diventò poi il nome del romanzo che vi compariva a puntate.[1][2] Negli anni del Secondo Impero, il nome feuilleton cominciò a indicare anche una narrativa ricca di colpi di scena, attesa del seguito, riconoscimenti improvvisi (agnizioni) e situazioni melodrammatiche, fino a comprendere testi non più usciti nell'appendice del giornale.[8] La pubblicazione in appendice non coincide però con ogni forma di pubblicazione a puntate: Il Circolo Pickwick di Charles Dickens fu distribuito in fascicoli mensili separati, mentre La donna in bianco di Wilkie Collins apparve sul periodico All the Year Round.[9][10][5] Contano dunque non soltanto la divisione in puntate, ma anche il supporto scelto, la collocazione nel periodico e il rapporto con l'edizione in volume.[2][9]

Origini e sviluppo in Francia

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Manifesto per I misteri di Parigi (Les Mystères de Paris, 1842-1843), Jules Chéret, fine XIX secolo: dal romanzo di Eugène Sue derivò una lunga serie di "misteri" urbani in varie letterature europee.
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Frontespizio della prima edizione di Madame Bovary di Flaubert (1857), pubblicata dopo l'uscita del romanzo nella Revue de Paris.
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Eugène Sue, ritratto da Gabriel Lépaulle nel 1835 (Musée Carnavalet): I misteri di Parigi (Les Mystères de Paris, 1842-1843) fu tra i romanzi d'appendice francesi più letti dell'Ottocento.
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Alexandre Dumas padre, fotografato da Nadar nel 1855: I tre moschettieri (Les Trois Mousquetaires, 1844) e Il conte di Montecristo (Le Comte de Monte-Cristo, 1844-1846) uscirono nel feuilleton dei quotidiani francesi negli anni Quaranta dell'Ottocento.

Il termine feuilleton deriva da feuille, cioè foglio, e in origine apparteneva al linguaggio degli stampatori e dei legatori, dove indicava un piccolo quaderno ricavato dalla piegatura della pagina a stampa.[11] Passando ai quotidiani, il vocabolo assunse un significato giornalistico: nel 1800 il Journal des débats inaugurò il feuilleton nel piede della pagina (rez-de-chaussée), cioè nella parte bassa del foglio riservata agli articoli di cultura e intrattenimento, separata dalla parte politica del quotidiano.[12] Il Journal des débats acquistò grande influenza con la direzione di Louis-François Bertin, attivo alla guida del giornale dal 1799 al 1841.[13] Fino al 1836, tuttavia, quello spazio non era destinato al romanzo: vi comparivano soprattutto critica letteraria, teatrale, musicale e artistica, resoconti delle accademie e cronaca mondana.[3]

I romanzi erano comparsi nei periodici prima di entrare nei quotidiani: riviste letterarie come la Revue de Paris e la Revue des Deux Mondes avevano già pubblicato, dal 1829, romanzi di Balzac, Sue, Dumas, Karr, Vigny e Sand.[3] Per Balzac, nel 1831 uscirono due estratti de La pelle di zigrino (La Peau de chagrin, 1831): Une débauche nella Revue des Deux Mondes e Le Suicide d'un poète nella Revue de Paris, prima dell'edizione in volume del 6 agosto 1831.[14] Nel 1836 il romanzo entrò nei quotidiani politici, che fino ad allora stampavano un numero limitato di copie.[3] In quell'anno Émile de Girardin fondò il quotidiano La Presse, riducendo il prezzo dell'abbonamento da 80 a 40 franchi e servendosi del romanzo d'appendice per attrarre nuovi abbonati.[3] Girardin compensò il ribasso del prezzo introducendo progressivamente la pubblicità; il romanzo d'appendice serviva ad ampliare il pubblico e a far tornare i lettori da un numero all'altro.[15] Armand Dutacq fondò Le Siècle con un progetto editoriale analogo; i due quotidiani aprirono insieme l'era della stampa di massa.[3]

Il feuilletoniste era pagato a puntata o a riga, lavorando sotto la pressione di scadenze ravvicinate; molti autori si avvalevano di collaboratori di cui non rivelavano il nome. Fra tutti, il caso più discusso è quello di Alexandre Dumas, che lavorò a lungo con Auguste Maquet: Maquet compilava archivi e proponeva piani narrativi, poi Dumas decideva, riscriveva e vi apponeva la propria impronta.[16] La pratica fu denunciata nel 1845 dal pamphlet Fabrique de romans: Maison Alexandre Dumas & Cie di Eugène de Mirecourt; Dumas intentò un processo, al termine del quale Mirecourt fu condannato a sei mesi di prigione e a un'ammenda.[17]

La contessa di Salisbury (La Comtesse de Salisbury, 1836) di Dumas comparve su La Presse dal 15 luglio all'11 settembre 1836.[18] Dal 23 ottobre al 4 novembre dello stesso anno, sempre su La Presse, toccò a La signorina Cormon (La Vieille Fille, 1836) di Honoré de Balzac, prima opera balzachiana a comparire in appendice, poi raccolta nella Comédie humaine.[19][20] Frédéric Soulié fu un prolifico feuilletoniste per La Presse, il Journal des débats e Le Siècle; Le memorie del diavolo (Mémoires du diable, 1837) si divise tra La Presse e il Journal des débats.[21] Tra il 1836 e il 1845, grazie alla presenza regolare dei romanzi d'appendice, i principali quotidiani parigini raddoppiarono il proprio tiraggio, cioè il numero di copie stampate.[3]

I misteri di Parigi (Les Mystères de Paris, 1842-1843) di Eugène Sue apparve sul Journal des débats fra il 19 giugno 1842 e il 15 ottobre 1843, in 140 puntate.[22] Melodramma, denuncia sociale, mistero urbano e attesa del seguito vi si intrecciavano con effetto immediato su lettori di ogni ceto, come testimoniò Théophile Gautier sulle colonne de La Presse; da quel romanzo derivò in Europa la fortuna dei "misteri" cittadini.[2][22] Dello stesso Sue, L'ebreo errante (Le Juif errant, 1844-1845) è un altro romanzo popolare a sfondo sociale.[23] Negli stessi anni I tre moschettieri (Les Trois Mousquetaires, 1844) di Alexandre Dumas padre comparve a puntate su Le Siècle, mentre Il conte di Montecristo (Le Comte de Monte-Cristo, 1844-1846) fondava il proprio fascino su vendetta, attesa del seguito, riconoscimenti improvvisi e colpi di scena: tutti elementi tipici della narrativa d'appendice.[24][25]

Pierre Alexis Ponson du Terrail fu uno dei feuilletonisti più fecondi della stampa francese.[26] Il suo personaggio Rocambole, apparso per la prima volta nel 1857, diede origine all'aggettivo "rocambolesco", usato per indicare vicende avventurose e piene di svolte impreviste.[27] Alla stessa corrente appartiene Paul Féval, autore de I misteri di Londra (Les Mystères de Londres, 1844), Il gobbo e del ciclo degli Habits noirs, nei cui testi ricorrono intrighi criminali, travestimenti, colpi di scena e scene costruite in modo teatrale.[7][28] Tra gli autori popolari francesi figura anche Xavier de Montépin, autore de La portatrice di pane.[2][29]

Nell'Italia dell'Ottocento ebbero largo seguito anche autori francesi come Paul de Kock ed Émile Gaboriau.[23] De Kock si era specializzato in romanzi ambientati nella vita quotidiana parigina, rivolti a lettori borghesi e popolari.[30] Fu invece con Gaboriau che il romanzo d'appendice aprì alle storie di indagini giudiziarie e poliziesche: L'affare Lerouge (L'Affaire Lerouge, 1866), uscito prima in appendice, segnò l'avvio del romanzo poliziesco francese.[31] Il romanzo comparve su Le Pays dal 14 settembre al 7 dicembre 1865, prima di essere ripreso sul Soleil nel 1866.[32]

Jules Verne, che aveva stretto nel 1864 un contratto con l'editore Hetzel per due romanzi l'anno, pubblicò a partire dal 1865 la maggior parte dei titoli dei Viaggi straordinari a puntate nel Magasin d'éducation et de récréation, rivista bimensile di Hetzel rivolta alla famiglia, poi raccolti in volumi illustrati.[33] Il giro del mondo in 80 giorni (Le Tour du monde en quatre-vingts jours, 1872) apparve prima sul quotidiano Le Temps dal 6 novembre al 22 dicembre 1872, poi in volume presso Hetzel l'anno successivo.[34]

Fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, Michel Zévaco e Gaston Leroux spinsero la narrativa popolare a puntate verso nuovi filoni. Zévaco, giornalista di formazione anarchica, pubblicò dal 1902 la serie di cappa e spada dei Pardaillan (Les Pardaillan, 1902-1918): dieci romanzi ambientati nelle guerre di religione francesi del Cinquecento, apparsi prima sulla Petite République di Jean Jaurès, poi su Le Matin.[35] Leroux, già cronista giudiziario, esordì come romanziere nel 1907 con Il mistero della camera gialla (Le Mystère de la chambre jaune, 1907), uscito a puntate nel supplemento letterario de L'Illustration; nel 1909-1910 Il fantasma dell'Opera (Le Fantôme de l'Opéra, 1910) apparve su Le Gaulois, per essere pubblicato in volume nel 1910.[36]

All'inizio del Novecento scrittori d'avanguardia e surrealisti attinsero volentieri agli schemi e agli effetti del romanzo d'appendice.[37] Non vi fu aliena neppure la letteratura colta: Madame Bovary (1857) di Gustave Flaubert uscì nella Revue de Paris dal 1º ottobre al 15 dicembre 1856, apparendo poi in volume l'anno successivo.[38] Analogamente, Il Capitan Fracassa (Le Capitaine Fracasse, 1863) di Théophile Gautier apparve in appendice nella Revue nationale et étrangère fra il 25 dicembre 1861 e il 30 giugno 1863, prima dell'edizione in volume presso Charpentier.[39]

Narrativa a puntate nei Paesi di lingua inglese

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Nei Paesi di lingua inglese la narrativa a puntate uscì in fascicoli mensili, riviste illustrate, giornali metropolitani e giornali provinciali, secondo forme diverse dal modello francese del feuilleton.[5]

Nel Regno Unito

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Copertina di una dispensa de Il Circolo Pickwick (The Posthumous Papers of the Pickwick Club, 1836-1837) di Dickens: la pubblicazione in fascicoli rendeva riconoscibile la serialità anche fuori dalla pagina del giornale.
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Charles Dickens, fotografato da Herbert Watkins nel 1858: i suoi romanzi uscirono spesso in fascicoli mensili o su riviste da lui dirette.

Nella narrativa vittoriana illustrata molte opere uscirono in fascicoli o su periodici prima dell'edizione in volume; per i lettori dell'epoca la storia si presentava attraverso puntate accompagnate da illustrazioni, copertine, annunci e pause tra un'uscita e l'altra.[4] Fra gli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento le nuove tecniche di incisione su legno e su acciaio permisero la nascita di romanzi illustrati a puntate, nei quali testo e immagine contribuivano insieme allo sviluppo della trama.[4]

Il Circolo Pickwick (The Posthumous Papers of the Pickwick Club, 1836-1837) di Charles Dickens uscì in fascicoli mensili fra il 1836 e il 1837.[40] Le prime puntate vendettero poche centinaia di copie, mentre verso la fine ogni fascicolo raggiunse circa quarantamila.[40] Molti romanzi successivi di Dickens uscirono in venti dispense mensili, di solito vendute a uno scellino; altri furono pubblicati a puntate settimanali nelle riviste che lo stesso autore dirigeva.[40] Uscire a puntate cambiava il modo di scrivere: l'autore doveva distribuire la trama episodio per episodio e tenere vivo l'interesse del lettore per mesi.[40]

Fra il 1856 e il 1889, i diciannove romanzi di Wilkie Collins apparsi prima a puntate uscirono su riviste familiari settimanali, riviste letterarie mensili, giornali metropolitani e giornali provinciali.[41] La donna in bianco (The Woman in White, 1859-1860) appartiene al cosiddetto romanzo sensazionale (sensation novel), un genere costruito su mistero, tensione e segreti familiari.[5] Nelle puntate illustrate vittoriane le figure non avevano soltanto una funzione decorativa: potevano anticipare, richiamare o chiarire momenti della trama, offrendo letture che le edizioni moderne in volume unico non restituiscono.[4]

Anche William Makepeace Thackeray e Anthony Trollope ricorsero ai periodici per molte delle loro opere.[4] Stevenson pubblicò La freccia nera su Young Folks, lo stesso periodico che aveva già ospitato a puntate L'isola del tesoro e Il ragazzo rapito, rivista economica di largo consumo rivolta a un pubblico di giovani lettori.[42]

Negli Stati Uniti

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Frontespizio de La capanna dello zio Tom (Uncle Tom's Cabin, 1851-1852) di Harriet Beecher Stowe: apparve per quaranta settimane consecutive sul periodico abolizionista The National Era prima dell'edizione in volume del marzo 1852.

Negli Stati Uniti la narrativa a puntate si sviluppò attraverso riviste e periodici secondo tradizioni proprie, lontane dal modello del feuilleton francese. Il caso più noto è La capanna dello zio Tom (Uncle Tom's Cabin, 1851-1852) di Harriet Beecher Stowe, che apparve per quaranta settimane consecutive sul periodico abolizionista The National Era a partire dal 5 giugno 1851 e uscì in volume nel marzo 1852 con un successo straordinario.[43] Nella seconda metà del secolo la pubblicazione a puntate su riviste mensili divenne la via principale anche per autori affermati come Henry James e Herman Melville; come spiegò un articolo dello Scribner's Monthly nel 1878, era il romanziere di secondo piano quello costretto a pubblicare direttamente in volume, mentre i migliori apparivano sempre prima in rivista.[44]

In altri Paesi europei

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Rivista spessa.
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Copertina della prima edizione di Delitto e castigo (Prestuplenie i nakazanie, 1866), pubblicata dopo le dodici puntate mensili uscite sul Russkij vestnik.

La diffusione dei romanzi a puntate al di là dei confini francesi fu favorita da traduzioni rapide, ristampe e contraffazioni: già nel 1843 I misteri di Parigi di Sue era tradotto in italiano, tedesco e olandese, avviando in tutta Europa il filone dei romanzi sui "misteri" cittadini.[22] In ogni Paese il genere si adattò alle tradizioni locali della narrativa popolare e alle condizioni specifiche della stampa periodica.[23]

In Russia, i romanzi a puntate arrivarono soprattutto attraverso le riviste spesse (tolstye zhurnaly), grossi periodici mensili che raccoglievano narrativa, critica letteraria, storia, filosofia e articoli di cultura.[45] Fra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta dell'Ottocento queste riviste ospitarono quasi tutta la narrativa russa poi entrata nel canone letterario, con l'eccezione de Le anime morte (Mërtve duši, 1842) di Nikolaj Gogol'.[45] La più influente fu Il messaggero russo (Russkij vestnik): vi apparve a puntate quanto di meglio produsse la letteratura russa dell'Ottocento, con romanzi di Ivan Turgenev, Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj quali Padri e figli (Otcy i deti, 1862), Delitto e castigo (Prestuplenie i nakazanie, 1866), Guerra e pace (Vojna i mir, 1865-1867) e Anna Karenina (Anna Karenina, 1875-1877).[45][46] Guerra e pace comparve sul Russkij vestnik con il titolo 1805 tra il 1865 e il 1867; interrotta la pubblicazione a puntate, il romanzo nella versione definitiva uscì in volume nel 1869.

Nelle regioni di lingua tedesca il romanzo-feuilleton prese piede dopo la rivoluzione del 1848: i primi esempi compaiono su giornali politici come la Neue Rheinische Zeitung, dove Georg Weerth pubblicò fra il 1848 e il 1849 la satira nobiliare Leben und Thaten des berühmten Ritters Schnapphahnski; seguì a partire dal 1850 Die Ritter vom Geiste di Karl Ferdinand Gutzkow sulla Kölnische Zeitung.[47] Negli anni Cinquanta la rivista familiare illustrata Die Gartenlaube, fondata nel 1853 da Ernst Keil, divenne il principale organo tedesco della narrativa a puntate, raggiungendo nel 1875 una tiratura di 382.000 copie.[44] In Austria il fenomeno si manifestò anch'esso dopo il 1848, dando vita fra l'altro a romanzi come Die beiden Grasel di Eduard Breier (1854).[47]

In Spagna, il folletín e la novela por entregas si distinguevano per il modo di pubblicazione: il primo usciva nelle pagine di un giornale, mentre la seconda era distribuita in fascicoli pensati anche per la raccolta in volume.[48] L'editore Gaspar y Roig adottò questo sistema per opere di Manuel Fernández y González come Los monfíes de las Alpujarras, El cocinero de Su Majestad e Men Rodríguez de Sanabria.[48]

In Portogallo, il romance-folhetim ottocentesco ha come punti di riferimento I misteri di Parigi di Sue, I misteri di Lisbona (Mistérios de Lisboa, 1854) di Camilo Castelo Branco e Il mistero della strada di Sintra (O Mistério da Estrada de Sintra, 1870) di Eça de Queiroz e Ramalho Ortigão.[49]

Nella letteratura italiana

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Emilio Salgari: Tay-See e La favorita del Mahdi uscirono in appendice prima della pubblicazione in volume.
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Carolina Invernizio: i suoi romanzi furono pubblicati in appendice e poi ristampati in volume da editori popolari.

In Italia il romanzo d'appendice dell'Ottocento si alimentò soprattutto di traduzioni di opere francesi a basso costo, pubblicate a puntate nei giornali.[23] Le traduzioni costavano meno della produzione di romanzi originali, offrendo così agli editori italiani opere già collaudate sul mercato francese.[23] Nel XIX secolo Edoardo Sonzogno pubblicò 235 romanzi francesi tradotti, dedicando una collana ai romanzi di Jules Verne.[23] Anche Salani pubblicò narrativa popolare illustrata: nelle sue edizioni l'immagine attirava il compratore e orientava la lettura, in un mercato in cui si affollavano romanzi d'appendice francesi, romanzi a puntate italiani e giornali a basso prezzo.[50]

Francesco Mastriani e Carolina Invernizio presero i modelli narrativi francesi e li piegarono al gusto del pubblico italiano.[23][51][52] Nelle opere di Francesco Mastriani[53] ricorrono finali di puntata sospesi, intreccio complesso, toni forti e colpi di scena; La cieca di Sorrento, pubblicata in appendice nel periodico Omnibus politico-letterario, fu uno dei suoi romanzi di maggiore successo.[51] Carolina Invernizio scrisse romanzi d'appendice per lettori popolari e della piccola borghesia;[54] la sua produzione comprende circa centotrenta opere, spesso raccolte in volume dopo la pubblicazione a puntate su quotidiani come la Gazzetta di Torino e l'Opinione nazionale di Firenze.[55] Le sue storie, ricche di pathos e di colpi di scena, riscossero grande successo tra i lettori popolari e piccolo-borghesi.[54] Nel catalogo Salani, Invernizio fu l'autrice di punta del romanzo popolare: tra il 1891 e il 1900 furono tirate circa 350.000 copie delle sue opere.[56] Il bacio d'una morta è tra i suoi titoli più noti; ne I ladri dell'onore, Invernizio mescolò delitti, agnizioni e vendette con elementi di denuncia sociale e di critica alla società umbertina.[54][52]

Emilio Salgari, lo scrittore italiano di maggiore successo commerciale tra Otto e Novecento, cominciò pubblicando nelle appendici dei quotidiani: cinque suoi romanzi uscirono prima sulle pagine dei giornali, fra cui Tay-See o La Rosa del Dong-Giang, La tigre della Malesia e La favorita del Mahdi sulla Nuova Arena di Verona fra il 1883 e il 1884, Gli strangolatori del Gange sul Telefono di Livorno nel 1887 e La vergine della pagoda d'Oriente sulla Gazzetta di Treviso nel 1891-1892.[57] Le stesse opere furono poi ripubblicate in libro, spesso con titolo diverso e con rimaneggiamenti più o meno estesi.[57] Emilio De Marchi scrisse Il cappello del prete nel 1888 per le appendici del giornale milanese L'Italia e per il Corriere di Napoli, con la dichiarata intenzione di nobilitare il genere.[58] Anche Demetrio Pianelli uscì prima sul giornale L'Italia con il titolo La bella pigotta.[58]

Nel primo Novecento, Guido da Verona e Pitigrilli godettero di grande successo commerciale: alcuni romanzi di Da Verona ebbero un successo definito "clamoroso" e "scandalistico", mentre i romanzi e le novelle di Pitigrilli vengono considerati esempi tipici di letteratura di consumo, cioè narrativa pensata per un ampio mercato di lettori.[59][60] Matilde Serao scrisse anche a puntate, ma il suo caso è diverso da quello degli autori specializzati nella narrativa d'appendice popolare.[61] La novella Scuola Normale Femminile uscì a puntate sulla Nuova Antologia nel 1885, raccolta poi in volume nel 1886 nel Romanzo della fanciulla.[62] Nel Novecento Liala riprese modi narrativi della tradizione popolare e dei feuilleton ottocenteschi, adattandoli alle lettrici del romanzo rosa.[63]

Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi apparve sul Giornale per i bambini fra il 1881 e il 1883, poi raccolto in volume nello stesso anno; l'opera è considerata un capolavoro della letteratura per l'infanzia.[64] Nel 1910 un giovane Benito Mussolini pubblicò a puntate il romanzo storico-passionale Claudia Particella, l'amante del cardinale nel supplemento settimanale Vita trentina del giornale Il Popolo di Cesare Battisti.[65][66]

Dal giornale al volume

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Prima pagina del Journal pour tous del 14 aprile 1855: il modello del giornale-romanzo illustrato affiancò la pubblicazione nel piede del quotidiano.

Un romanzo d'appendice poteva passare dal quotidiano a fascicoli, giornali-romanzi, edizioni illustrate e volumi.[1][6] Nel 1855, con il Journal pour Tous, il giornale-romanzo illustrato aprì uno spazio diverso dal piede della pagina quotidiana (rez-de-chaussée) raccogliendo racconti a puntate in fascicoli autonomi.[67] Portare in volume un romanzo già noto dai giornali permetteva all'editore di ridurre i rischi, perché l'opera aveva già dimostrato di piacere al pubblico.[68] In Francia lo stesso racconto poteva così essere letto nel quotidiano, nella rivista illustrata o in volume.[69] Per i primi romanzi di Salgari il passaggio dall'appendice al libro comportò cambi di titolo e rimaneggiamenti; nell'editoria vittoriana, al contrario, le edizioni originali a puntate includevano copertine, illustrazioni e inserti pubblicitari che le successive edizioni in volume spesso eliminarono o ridussero.[57][70]

Feuilleton e letteratura di genere

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Narrativa di genere.
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Copertina illustrata da Gino Starace per una riedizione di Rocambole (Les Exploits de Rocambole), 1924.

Il romanzo d'appendice non era un genere letterario definito, ma anzitutto un modo di pubblicare, entro cui comparvero generi molto diversi.[7] Nei primi decenni dominarono il romanzo storico e il romanzo di costumi contemporanei, trascinati dal successo di Walter Scott, James Fenimore Cooper, Honoré de Balzac, Eugène Sue e Alexandre Dumas.[7] Verso la metà dell'Ottocento il feuilleton ospitò anche il romanzo d'avventura, il romanzo criminale, le storie di vendetta, i racconti di travestimenti e agnizioni, il romanzo sociale e la narrativa tratta dai fatti di cronaca.[7]

Dalla seconda metà del secolo in poi alcuni filoni si definirono con maggiore nettezza.[7] In Francia quello criminale e giudiziario si legò ai fatti di cronaca, alle aule dei tribunali e alla figura dell'investigatore; qui si inserisce Émile Gaboriau con il personaggio di Lecoq, attraverso cui il feuilleton contribuì alla nascita del poliziesco francese.[71] Il filone avventuroso trovò nella puntata la forma adatta a viaggi, fughe, inseguimenti, agnizioni e rovesciamenti improvvisi della sorte, come mostrano la narrativa di Dumas, le avventure di Rocambole di Ponson du Terrail e una parte della produzione di Jules Verne.[7] Quello sentimentale e melodrammatico insisté su eredità contese, segreti familiari, figli ritrovati, amori ostacolati e cadute sociali: tutti elementi che tenevano alta la curiosità del lettore da una puntata all'altra.[7] Anche il gotico, il fantastico, il romanzo scientifico e, più tardi, la letteratura di spionaggio trovarono nelle puntate uno dei principali canali della narrativa popolare di largo consumo.[7]

Accoglienza e critica

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Charles Augustin Sainte-Beuve, fotografato dall'Atelier Nadar nel 1865: nel 1839 definì "letteratura industriale" la narrativa legata alla stampa periodica.

Accolto con entusiasmo dal pubblico dei giornali, il romanzo d'appendice incontrò invece la critica letteraria prima con diffidenza, poi con crescente ostilità: Sainte-Beuve e Gustave Planche rimproverarono al genere la scarsa elaborazione, gli effetti facili, la grossolanità e la dubbia moralità; fu proprio Sainte-Beuve a coniare l'etichetta di "letteratura industriale".[72] Sul piano politico, giornalisti e deputati come Chapuys-Montlaville denunciarono il roman-feuilleton come lettura capace di distogliere dalla politica, incoraggiare la passività, corrompere costumi e gusto e sviluppare la fantasia a danno della ragione.[73]

Il clima si inasprì dopo il successo dei romanzi sociali degli anni Quaranta, a cominciare dai I misteri di Parigi di Eugène Sue.[22][73] Con la rivoluzione del 1848 i critici più conservatori arrivarono a chiedere l'abolizione del romanzo d'appendice; dal luglio 1850 la reazione conservatrice impose il cosiddetto timbro Riancey, una tassa di cinque centesimi per numero, ai giornali che pubblicavano opere romanzesche.[74] Sotto il Secondo Impero, la censura politica favorì viceversa i giornali di intrattenimento centrati su fatti di cronaca, cronaca mondana e romanzo d'appendice.[75][23]

La ricerca più recente ha mostrato come il romanzo d'appendice non si limitasse al quotidiano, ma comprendesse anche giornali-romanzi, fascicoli illustrati, copertine e successive edizioni in volume.[8][69][70] In Italia gli editori Salani sfruttarono con cura le illustrazioni per vendere i propri libri, in un mercato dove il romanzo d'appendice francese, quello italiano e i giornali a basso prezzo si contendevano gli stessi lettori.[76]

Eredità in altri mezzi di comunicazione

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Serial cinematografico e Serial radiofonico.
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Manifesto dell'episodio 6 de Le avventure di Paolina (The Perils of Pauline, 1914): il serial cinematografico riprese la suspense di fine puntata propria della narrativa a episodi.

Negli anni Dieci del Novecento alcuni romanzi d'appendice uscivano al tempo stesso in fascicoli, sui giornali a larga diffusione e nelle sale cinematografiche.[77] L'avvento del cinema sonoro ridimensionò i film a episodi ispirati al modello d'appendice; la narrazione popolare a puntate trovò poi nuovo spazio nella televisione.[77] I serial cinematografici erano opere divise in capitoli o episodi, proiettati separatamente con cadenza settimanale. I serial dell'età del muto potevano arrivare a venti capitoli; nell'età del sonoro ne ebbero di solito tra dodici e quindici, conservando sempre il finale sospeso (cliffhanger) che spingeva il pubblico a tornare la settimana successiva.[78] Le avventure di Paolina (The Perils of Pauline, 1914) della Pathé, un melodramma in venti parti,[79] ne è un esempio tipico, fondato sulla ripetizione di schemi narrativi con variazione degli episodi.[80]

Nel 1975 la RAI trasmise Romanzo popolare italiano, serie di cinque sceneggiati tratti da romanzi dell'Ottocento e del primo Novecento, fra cui I misteri di Napoli da Francesco Mastriani e I ladri dell'onore da Carolina Invernizio.[52] Ne I ladri dell'onore, la regia di Ugo Gregoretti, con la consulenza di Umberto Eco, scelse di mostrare in modo esplicito i congegni narrativi del romanzo d'appendice, anziché cercare una trasposizione realistica del testo.[52]

Analogo ruolo svolse la radio. Negli Stati Uniti degli anni Trenta il serial radiofonico diurno si affermò come format rivolto alle casalinghe e finanziato da inserzionisti di prodotti per la casa, dando origine al genere poi noto come soap opera.[81] In Italia, I quattro moschettieri, scritto da Nizza e Morbelli e trasmesso dall'EIAR dal 1934, trasformò il modello avventuroso di Dumas in una serie comica fatta di canzoni, voci narranti e dialoghi; il programma fu sostenuto da una campagna promozionale basata sulle figurine distribuite con prodotti Perugina e Buitoni.[82][83]

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Opere originali citate
BERJAYA
Frontespizio de La pelle di zigrino (La Peau de chagrin, 1831) di Honoré de Balzac, pubblicato in volume dopo l'uscita di una prima parte sulla Revue de Paris.
BERJAYA
Manifesto pubblicitario di Vivant Beaucé per un'edizione de I tre moschettieri (Les Trois Mousquetaires, 1844) di Alexandre Dumas, dopo l'uscita a puntate su Le Siècle.
BERJAYA
Frontespizio de La favorita del Mahdi di Emilio Salgari, uscito in appendice sulla Nuova Arena di Verona.
Opere audiovisive citate
Fonti critiche
Approfondimenti
  • Angela Bianchini, Il romanzo d'appendice, collana Nuovi quaderni, Torino, ERI, 1969, SBN RAV0092783.
  • Carlo Bordoni e Franco Fossati, Dal feuilleton al fumetto. Generi e scrittori della letteratura popolare, collana Libri di base, Roma, Editori Riuniti, 1985, ISBN 8835928745.
  • Vittorio Brunori, La grande impostura. Indagine sul romanzo popolare, collana Saggi, Introduzione di Giorgio Luti, Venezia, Marsilio, 1978.
  • (FR) Lise Dumasy (a cura di), La querelle du roman-feuilleton. Littérature, presse et politique, un débat précurseur (1836-1848), Grenoble, ELLUG, 1999, DOI:10.4000/books.ugaeditions.7931, ISBN 2843100143.
  • Umberto Eco, Il superuomo di massa. Retorica e ideologia nel romanzo popolare, Milano, Bompiani, 1978.
  • (FR) Matthieu Letourneux, Fictions à la chaîne. Littératures sérielles et culture médiatique, collana Poétique, Paris, Seuil, 2017, ISBN 9782021320886.
  • Massimo Romano, Mitologia romantica e letteratura popolare. Struttura e sociologia del romanzo d'appendice, collana Il Portico, Ravenna, Longo, 1977.
  • (FR) Anne-Marie Thiesse, Le Roman du quotidien. Lecteurs et lectures populaires à la Belle Époque, collana Le Temps et la mémoire, Paris, Le Chemin vert, 1984, ISBN 9782903533113.
  • (FR) Jean-Claude Vareille, Le Roman populaire français, 1789-1914. Idéologies et pratiques, collana Littératures en marge, Limoges, Presses universitaires de Limoges, 1994, ISBN 9782910016302.
  • Giuseppe Zaccaria (a cura di), Il romanzo d'appendice. Aspetti della narrativa popolare nei secoli XIX e XX, collana Nuovi classici Paravia, Torino, Paravia, 1977.

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