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Romagna toscana

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Romagna toscana
StatiItalia (bandiera) Italia
RegioniEmilia-Romagna (bandiera) Emilia-Romagna
Toscana (bandiera) Toscana
Lingueitaliano, romagnolo
BERJAYA
Mappa della provincia di Firenze dopo l'Unità d'Italia. È riportato in arancione il circondario di Rocca San Casciano, poi annesso alla provincia di Forlì, e in rosa il circondario di Firenze, comprendente le parti della Romagna toscana non annesse alla provincia di Forlì.

La Romagna toscana[1] o Romagna fiorentina (Rumâgna tuschèna in romagnolo) è una regione storica dell'Italia, compresa nel versante adriatico dell'Appennino tosco-romagnolo, così chiamata perché geograficamente, linguisticamente e culturalmente romagnola, ma storicamente governata, dalla fine del Trecento fino al 1923, da Firenze.

La Romagna toscana "storica" comprendeva 15 comuni: Bagno di Romagna, Dovadola, Galeata, Modigliana, Portico e San Benedetto, Premilcuore, Rocca San Casciano, Santa Sofia, Sorbano, Castrocaro e Terra del Sole, Tredozio, Verghereto, Firenzuola, Marradi e Palazzuolo sul Senio.

Nel 1923 12 comuni della Romagna toscana, quelli del Circondario di Rocca San Casciano, sono stati distaccati dalla provincia di Firenze e aggregati alla provincia di Forlì[2] (oggi provincia di Forlì-Cesena). Tali comuni sono poi divenuti 11 a causa della soppressione del Comune di Sorbano, il cui territorio è stato inglobato nel comune di Sarsina.

I restanti 3 rimasero nella confinante provincia di Firenze (oggi città metropolitana di Firenze). Si tratta di Firenzuola, Marradi e Palazzuolo sul Senio. Oltre ad essi, fa parte della Romagna toscana il territorio situato a nord del Passo della Colla di Casaglia, dove nasce il fiume Lamone, facente parte del comune di Borgo San Lorenzo. Questi territori sono talvolta definiti impropriamente come Alto Mugello.

Della Romagna fiorentina sono originari alcuni personaggi storici di rilievo, come il poeta Dino Campana, nato a Marradi, il generale dei Camaldolesi ed umanista Ambrogio Traversari, nato a Portico di Romagna, che fu anche il paese d'origine della famiglia Portinari: la famiglia della Beatrice di cui si innamorò Dante Alighieri.

«La Romagna toscana appartiene per diritto di conquista e per circoscrizione politica, criminale [ovvero giudiziaria] ed ecclesiastica, alla Toscana; ma per ragione geografica, per origine, per linguaggio, per costumanza e per naturale sviluppo e prosperità commerciale ed agricola alla Romagna, ossia al Circondario di Imola e alle Province di Ravenna e di Forlì

Il territorio è situato nella fascia pedemontana dell'entroterra romagnolo, fin dal Quattrocento periferia della Repubblica Fiorentina, poi dominio del Granducato di Toscana fino al 1859. Dopo l'Unità d'Italia fece parte della provincia di Firenze fino al 4 marzo 1923, quando Benito Mussolini, che era nato a Predappio, nel forlivese, aggregò i dodici comuni compresi nel circondario di Rocca San Casciano entrando a far parte della provincia di Forlì, mentre quelli che cadevano sotto l'amministrazione circondariale di Firenze rimasero in Toscana. In questo modo le sorgenti del Tevere, il fiume di Roma, furono ricomprese nella sua terra natale[3].

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Mappa del "Territorio Granducale transpennino", ovvero dei possedimenti del Granducato di Toscana al di là del crinale appenninico, comprendendo la Romagna toscana e i comuni di Badia Tedalda e Sestino (metà XIX secolo).

L'abate castrocarese Giovanni Mini, nell'introduzione alla prima e più importante opera monografica dedicata alle "notizie geografiche, fisiche, storiche, industriali e commerciali" de "La Romagna Toscana" (1901), afferma correttamente che il territorio in questione è parte integrante di uno più ampio denominato appunto Romagna (dal latino Romània, Romanìola - territorio abitato dai Romani, ossia i Bizantini, in opposizione ai Longobardi, che dominavano i territori circostanti - dall'antico provenzale Romandìola - piccola Romània).
La prima e la più importante descrizione, fino al censimento del 1861, dei territori romagnoli compare nel 1371 nella Descriptio provinciae Romandiolae del cardinale Anglico de Grimoard, fratello del papa Urbano V. Da allora, la costruzione di un'immagine spaziale del territorio è affidata ad eruditi quali Flavio Biondo, Vincenzo Carrari e Leandro Alberti, autori di "storie patrie" nelle quali la Romagna è sostanzialmente identificata con la Provincia Romandiolae, circoscrizione dello Stato della Chiesa, che si estendeva tra il Panaro ad ovest e il fiume Foglia a est.

I confini amministrativi della Romagna hanno come riferimento quelli della Legazione pontificia di Romagna (1540-1816). Confinava a nord con la Legazione di Ferrara, ad ovest con la Legazione di Bologna e a sud con il Granducato e la Legazione di Urbino.

Tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, l'ambiente intellettuale, impegnato nella riscoperta delle identità locali, avvia un ampio dibattito culturale sui caratteri etno-antropologici romagnoli e sulla determinazione dei confini geografici, pur consapevoli che «la Romagna non ha nella concezione dei vari autori nel passato, sia recente che remoto, una delimitazione netta e precisa».[4] Nel 1894 Emilio Rosetti, ingegnere forlimpopolese, unisce al suo dizionario geografico-storico dedicato alla Romagna una carta che, per la prima volta, ne delimita i confini. «Questa regione con caratteri fisici ben definiti comprende attualmente quasi per intero le due province di Forlì e Ravenna con la Repubblica di San Marino e solo una parte delle province di Bologna, Firenze, Arezzo e Pesaro-Urbino ...»[5].

Nel 1912 Aldo Spallicci, utilizzando come «guida il dialetto parlato dalle singole frazioni», propone un territorio culturale e tradizionale più esteso rispetto a quello del Rosetti «che ne limita al Reno il confine settentrionale» e introduce nuovi argomenti per delimitare la Romagna dichiarando che «questa debba essere compresa entro i limiti dell'antica Flaminia».
A metà del Novecento si pubblicano i primi contributi scientifici sulla questione regionale.

«La regione romagnola, così come è stata intesa dal Rosetti […] ha, da due lati, dei confini fisici ineccepibili: la spiaggia dell'Adriatico, il crinale dell'Appennino. Dagli altri due lati la geologia disegna bene, con due fasce di terreni particolari, e con fatti tettonici di qualche rilievo, le linee che scendono dal Passo della Futa alla foce del Reno, e dal Monte Maggiore nell'Alpe della Luna allo sperone di Fiorenzuola di Focara […].[6]»

«La posizione astronomica dei punti estremi dei confini romagnoli ora disegnati è, in tal guisa: per il nord, la foce del fiume Reno a 44°373 lat. N.; per il sud, il monte Maggiore a 43°39' lat. N.; per l'est, le ripe di Fiorenzuola avanti a monte Trebbio a 0°23' long. E. monte Mario; e per l'ovest, l'elevazione a q. 952 che domina il valico della Futa, a 1°11' long O monte Mario. […] i limiti romagnoli di cui si è data la descrizione non si identificano ad alcuna partizione politica» (Lucio Gambi, Confini geografici e misurazione areale della regione romagnola in «Studi Romagnoli», anno I, 1950).

Sono questi gli anni in cui l'Onorevole Aldo Spallicci, il maggior cultore della "romagnolità", durante i lavori dell'Assemblea Costituente, avanza per la prima volta l'ipotesi di una regione romagnola autonoma e, sempre in quegli anni, il pittore Giannetto Malmerendi, per dimostrare l'identità romagnola, rappresenta una Romagna idealizzata e stereotipata fondata su "caratteri" iconografici e simbolici di matrice folkloristica. La variegata produzione cartografica avrà nel tempo un grande successo; ma l'insieme di rappresentazioni della Romagna continua ancora oggi ad avere «valore e funzione non altro che per coloro che studiano questa regione naturalisticamente o umanisticamente»[7].

La "Provincia di Romagna"

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Giorgio Vasari e aiuti, Allegoria della Romagna. La città rappresentata in alto nel quadro è Castrocaro. Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento. Dall'inizio del Quattrocento alla fine del Settecento Castrocaro prima, e Terra del Sole poi, furono i centri capoluogo della Provincia di Romagna.
«Nei tempi remoti questa parte di Romagna fu abitata dai Liguri, dai Galli Boi, dagli Umbri Sarsinatensi in parte, e dai Romani […] Dopo l'imperio dei Galli, dei Romani e dei Barbari questa estensione di paese […] fu soggetta al dominio feudale dei conti rurali di Valbono, di Bleda, di Calboli, dei Pagani di Susinana, degli Ubertini di Arezzo, degli Ubaldini dell'Alpe, dei Conti Guidi di Modigliana, di Bagno e di Dovadola, dei Conti Pagani di Castrocaro, dei Conti di Sarsina, di Bertinoro […] finché cadde tutta sotto la dominazione della Fiorentina Repubblica […] che non mancò di arti subdole, di estorsioni, di prepotenze guerresche e di molta vigilanza onde assicurarla intieramente al suo dominio […] Al governo della repubblica venne sostituito quello dei Medici

La Romagna toscana costituì per secoli un territorio caratterizzato da una complessa stratificazione politico-istituzionale: dapprima suddivisa tra numerose signorie feudali appenniniche, fra cui quelle dei conti di Valbona, dei Calboli, dei Pagani di Susinana, degli Ubaldini e dei conti Guidi, passò progressivamente sotto il controllo della Repubblica di Firenze tra la fine del Trecento e i primi decenni del XV secolo, attraverso acquisizioni, accordi e campagne militari che integrarono gli alti bacini dei fiumi romagnoli nello Stato fiorentino.[8][9][10]

Tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento Firenze, grazie ad acquisti, conquiste militari e trasformazioni di rapporti di accomandigia in rapporti di sudditanza, penetrò oltre il crinale appenninico sottraendo ai vari feudatari romagnoli il dominio territoriale degli alti bacini dei fiumi Marzeno, Montone, Bidente e Savio. La conquista del territorio fu progressiva:[10][11]

Annessioni di territori romagnoli alla
Repubblica di Firenze
Data dell'annessioneCittà
1363Palazzuolo
1376San Benedetto in Alpe
1377Modigliana
1382Rocca San Casciano
1384Portico
1403Castrocaro
1404Verghereto, Bagno e San Piero
1405Dovadola
1418Firenzuola
1428Marradi e Tredozio
1429Galeata
1440Premilcuore
1441Sorbano
1548Santa Sofia e Corniolo

Nel 1564 avvenne la fondazione di Terra del Sole, città fortificata costruita ex novo vicino a Castrocaro a circa 6 km da Forlì, destinata a diventare uno dei poli amministrativi e militari della Romagna granducale.[10]

Nel 1403, quando i territori fiorentini in Romagna avevano già acquisito una loro fisionomia, Firenze scelse come capoluogo Castrocaro e denominò i territori Provinciae Florentinae in partibus Romandiolae. Il 20 novembre 1403 i Magnifici Dieci di Libertà e Pace inviarono a Castrocaro il nobile fiorentino Lapo di Giovanni Nicolini, con la qualifica di «Capitaneus Castro-Cari et Provinciae Florentinae in partibus Romandiolae»[12]. La denominazione territoriale compare anche negli statuti di Firenze del 1415, configurando un ambito con competenze amministrative specifiche.

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Palazzo pretorio a Terra del Sole.
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Stemmi nel palazzo del Capitano a Bagno di Romagna.

In un contesto politicamente instabile come quello romagnolo, attraversato da banditi e da forme diffuse di violenza di confine, Cosimo I de' Medici concentrò i poteri giurisdizionali in capo a un proprio funzionario di fiducia, scelto direttamente dal duca e sottoposto a un controllo costante.[10] Con una provvigione del 23 agosto 1542 Cosimo I attuò un riordino delle giurisdizioni romagnole attribuendo al capitano di Castrocaro «piena autorità e giurisdizione sopra la cognitione, decisione et condennatione di tutte le cause criminali che in futuro occorressino nelli Capitanati et Podesterie soprannominate», primo atto formale che prefigurò l'istituzione della provincia fiorentina di Romagna. Pochi anni dopo, l'8 dicembre 1564, venne posata la prima pietra della città pianificata di Terra del Sole, posta a difesa dei confini con lo Stato pontificio.[10]

Nel quadro di queste politiche di controllo territoriale il governo mediceo si appoggiò anche alle élite locali, riconoscendo e talora rafforzando il ruolo di famiglie signorili e proprietarie che collaboravano con l'amministrazione granducale. Fonti d'archivio e studi prosopografici segnalano, fra le altre, i Paulucci di Calboli nel Forlivese, inseriti nei quadri dell'aristocrazia romagnola e impegnati in cariche civili e militari fra XVIII e XIX secolo,[13] accanto ad altri lignaggi territoriali legati alle magistrature provinciali. In ambito vallivo sono inoltre ricordate famiglie nobiliari come i Bandini, i Pasi, i Pasquali e i Ceccoli, questi ultimi radicati tra Galeata e Pianetto con funzioni di mediazione politica e amministrativa fra comunità locali, autorità granducali e ambienti medicei, nonché titolari di feudi e prerogative signorili nella valle del Bidente.

Dal 1º giugno 1579, con l'insediamento del primo commissario granducale,[14] Terra del Sole divenne il centro amministrativo e giudiziario dell'intera provincia transappenninica, funzione che mantenne fino alla riforma dei tribunali del 1772. Nel 1776, con la riforma leopoldina, la provincia fu soppressa e suddivisa in vicariati e podesterie; nel 1784 il tribunale criminale di prima istanza venne trasferito da Terra del Sole a Rocca San Casciano, che divenne, dopo la parentesi napoleonica, sede circondariale.[10]

Pur mantenendo caratteristiche istituzionali proprie, legate alla natura geografica montuosa, alle reti di castelli e ai centri vallivi, la cosiddetta "Romagna granducale" non costituì mai una vera e propria istituzione autonoma, ma rimase inserita nelle strutture amministrative generali dello Stato toscano.[10] Le relazioni cinquecentesche sulle visite amministrative ai confini del granducato, pur minuziose, fondate su punti di riferimento locali (casali, sentieri, alberi, massi, pietre di confine), non permisero di ricostruire con precisione cartografica moderna l'intero tracciato dei confini, cosicché nella cartografia storica a stampa la Romagna granducale risulta priva di una rappresentazione autonoma.[11]

«A ristorare la nostra regione cisapennina dei tanti mali che, durante la dinastia medicea, l'avevano fatta trista, successe quella degli Asburgo-Lorena […] Coi decreti di Pietro Leopoldo furono cessate le Balie, nelle quali erano divisi i territori di Modigliana, di Tredozio, di Premilcuore, di Portico, di Rocca San Casciano, di Dovadola, di Terra del Sole e Castrocaro ecc., e furono riunite in 17 Comunità […] Il trattato, però, del 1815 distrusse il Circondario e lo disunì, togliendogli la sua unità amministrativa e giudiziaria […] (A. G. Mini, La Romagna Toscana, 1901

La Romagna granducale

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«La Romagna Gran-Ducale è della forma d'un triangolo di figura a un di presso piramidale, di cui la base è formata dal crine dell'Alpi Toscane, andando l'apice a terminare circa tre miglia sopra Forlì, all'incontro dello Stradone Romano chiamato altrimenti la Via Flaminia. Questa provincia è irrigata da sette fiumi che sono il Lamone, l'Acerreta, il Marzeno, il Montone, il Rabbi o sia l'Acquaviva, il Ronco ed il Savio i quali tutti a linee parallele partendosi dall'Alpi Toscane proseguono direttamente il loro corso al levante, e quindi per lo Stato Papale mettono foce, chi uniti, chi separati, nel Mare Adriatico. Fra l'uno e l'altro dei riferiti fiumi è interposta una catena di monti che procedenti essi pure dall'Alpi vanno gradatamente declinando a finire in poca distanza nella divisata Via Flaminia. E lungo i fiumi suddetti fra un monte e l'altro sono situate le Terre e i Castelli, e i Villaggi componenti la Provincia della Romagna»

Nel 1776 la provincia fu abolita, ormai svuotata di un significato amministrativo autonomo, ma rimase il riferimento geografico di un territorio piuttosto esteso, che comprendeva non solo la Romagna toscana propriamente detta, ma anche una parte dell'Alta Valle del Tevere toscana.[10] Il capillare insediamento sui versanti romagnoli, documentato in particolare dalle mappe del catasto toscano (1826-1834), e la profonda penetrazione, non solo politica ma anche culturale e artistica, di Firenze in questo territorio risultano ancora percepibili nelle espressioni architettoniche (case-torri, fattorie con portici, torrette, ville padronali) e nel paesaggio agrario (filari di cipressi, organizzazione aziendale, forma e dimensione dei campi, fasce di coltura).[11] I centri urbani sorgono lungo la viabilità principale, attorno a emergenze architettoniche (rocche, pievi, chiese), in corrispondenza di punti nodali del territorio come guadi, ponti o incroci nei fondovalle e nei terrazzi fluviali meno acclivi e più fertili.

Nelle campagne la dominazione fiorentina, soppiantata l'organizzazione medievale incentrata sui grandi possedimenti monastici, frammentò il territorio in unità poderali con al centro la casa padronale e un sistema di case coloniche sparse, favorendo la messa a coltura di vaste aree montane fin quasi al crinale appenninico.[10]

Alla fine del XVIII secolo Pietro Leopoldo prese in considerazione la creazione di una diocesi specifica per la Romagna toscana. In quel periodo le parrocchie della zona appartenevano alle diocesi di Faenza, Bertinoro, Sarsina e Forlì. Il progetto, finalizzato a rafforzare il legame ecclesiastico con il granducato, non ebbe tuttavia immediata attuazione.[15] Nel 1785 fu comunque soppressa la giurisdizione nullius dell'abate di Galeata e Isola e il territorio toscano venne accorpato alla diocesi di Sansepolcro, il cui vescovo acquisì il titolo di grande abate perpetuo di Sant'Ellero di Galeata e di Santa Maria in Cosmedin dell'Isola.[16]

L'istituzione della diocesi di Modigliana fu realizzata solo sotto Pio IX, dopo ulteriori richieste del granduca Leopoldo II. Con la bolla Ex quo licet del 7 luglio 1850 venne eretta la nuova diocesi, comprendente cento parrocchie, numero superiore a quello dell'arcidiocesi fiorentina. Il primo vescovo, Mario Melini, fece il solenne ingresso a Modigliana il 4 maggio 1854, e l'11 novembre 1859 inaugurò il seminario, concepito anche come collegio maschile.[15][17]

Nel 1837 fu attuata la riforma giudiziaria voluta da Leopoldo II. Rocca San Casciano venne scelta come sede del commissariato regio con annesso tribunale civile (motu proprio del 12 settembre 1837). La competenza territoriale del tribunale si estendeva a tutta la Romagna toscana; nella località risiedevano, oltre al commissario regio, un vicario regio, un cancelliere comunitativo, un ingegnere di circondario, un medico, un chirurgo e un maestro di scuola.[18] La circoscrizione giudiziaria rimase in attività fino al 1923, quando il circondario di Rocca San Casciano fu staccato dalla Provincia di Firenze e unito alla Provincia di Forlì con Regio decreto 4 marzo 1923, n. 544.[19]

Nel corso dell'Ottocento Leopoldo II promosse inoltre un vasto programma di infrastrutturazione viaria, con la costruzione di nuove strade rotabili di fondovalle, più moderne delle tradizionali vie di crinale. Tra gli interventi principali si ricordano:[20]

Con la riforma amministrativa del 1848 la Toscana fu suddivisa in sette compartimenti; i comuni romagnoli furono inseriti nel Compartimento di Firenze, articolato a sua volta in quattro circondari. Marradi, Palazzuolo e Firenzuola furono inclusi nel circondario di Firenze, mentre gli altri comuni romagnoli confluirono nel circondario di Rocca San Casciano, il cui capoluogo divenne sede di sottoprefettura.[10]

Negli anni centrali del XIX secolo la Romagna toscana fu coinvolta nelle vicende che portarono alla fine del Granducato di Toscana e all'annessione al Regno di Sardegna. Dopo il plebiscito dell'11 e 12 marzo 1860 il compartimento fu sostituito dalla provincia di Firenze, che mantenne lo stesso territorio.[22]

Il Circondario di Rocca San Casciano non subì modifiche fino al 1923, quando, come ricordato, fu distaccato dalla provincia di Firenze ed annesso alla provincia di Forlì. Più duraturo fu invece il legame ecclesiastico tra la Romagna toscana e la regione amministrativa Toscana: solo nel 1975 i territori romagnoli della diocesi di Sansepolcro passarono alle diocesi di Cesena e Forlì, mentre ancora oggi la diocesi di Faenza-Modigliana comprende il territorio del comune di Marradi, in provincia di Firenze.

Cartografia rinascimentale della Romagna toscana

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Romandiola cum Parmensi Ducatu.

La "Romandiola" (alias "Flaminia") dipinta fra il 1580 e il 1583 nella Galleria delle carte geografiche in Vaticano dal matematico e cosmografo perugino Egnazio Danti, domenicano (1536-1586), già autore delle carte geografiche del guardaroba nuovo in Palazzo Vecchio, è la più antica rappresentazione corografica dell'intera regione romagnola che si conosca; deriva con sicurezza da rilievi e ricognizioni personali eseguite nel 1579 direttamente dal Danti per incarico di monsignor Giovan Pietro Ghislieri, presidente della Romagna nel quinquennio 1578-1583.

La più antica carta a stampa della Romagna, denominata Romandiola cum Parmensi Ducatu venne realizzata nel 1589 da Gerardo Mercatore. Per quel che concerne la Toscana la prima carta a stampa di cui si ha notizia è la Chorographia Tusciae del senese Girolamo Bellarmato, edita nel 1536. Entrambe queste carte, pur essendo forse le migliori fra tutte le carte regionali stampate in Italia fino alla metà del Cinquecento, particolarmente ricche di contenuti figurativi (centri abitati rappresentati in prospettiva, ponti sui corsi d'acqua, selve, idrografia ecc.), risultano costruite in forma empirica e mostrano notevoli errori e imprecisioni d'inquadramento geografico (l'orografia è poi rappresentata con un sistema prospettico a "monticelli" che ne limitano la lettura) e non riportano i confini amministrativi fra i vari dominii.

Le carte che portano ad un vero e proprio progresso della cartografia toscana sono quelle del "Dominio Fiorentino" e del "Dominio Senese" che il monaco olivetano Stefano Buonsignori, cosmografo di Francesco I de' Medici, allegò nel 1584 alla Vita di Cosimo di Aldo Mannucci e successivamente dipinse, a scala maggiore, in una sala della Galleria degli Uffizi di Firenze. Le maggiori conoscenze astronomiche e matematiche del monaco fiorentino gli consentirono di apportare importanti innovazioni cartografiche, sia per il profilo costiero e l'andamento dell'arco appenninico - che risultano più reali e correttamente posizionati - sia per l'inserimento dei confini fra gli Stati. Da segnalare inoltre una curiosità: nell'alto territorio romagnolo è rappresentato un ampio lago di probabile origine franosa, oggi non più esistente, posto fra le località di Alfero e Corneto (comune di Verghereto).

L'opera del Buonsignori costituisce, per tutto il Seicento e buona parte del Settecento, la fonte principale delle successive rappresentazioni cartografiche della Toscana e servirà pure come base per la redazione delle carte della celebre Italia del padovano Giovanni Antonio Magini, cartografo e professore di astronomia all'Università di Bologna.

Il paesaggio agrario

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«I Boschi di Querci, di Carpini, di Frassini si sollevano fin'oltre le mille braccia dal livello del mare; dopodiché succedono qua, e là delle zone di castagni, a cui per ultimo sieguoni faggete ricchissime. In taluni siti settentrionali, e meno gradati dal sole l'abete eleva il maestoso suo tronco. Al di là del faggio gli Appennini sono coperti fino all'ultima vetta da immense praterie naturali. Il grano, l'orzo, ed il formentone, si ritrovano ad ogni passo della Provincia dalle ime valli fin entro la regione del faggio. ... Più abbondante è forse la coltivazione del cece ... copiosa è la cultura delle fave specialmente nei luoghi bassi, e piani, ed in quelli sciolti, e profondi di mezza costa. La veccia, i veggioli, il moco, il rubiglio, la cicerchia, la lente ... sono largamente coltivate, e dal piano s'innalzano anche al di là della zona del castagno. Brevi sono i tratti destinati alla medica: più ampi quelli ove vegeta la trigonella, o fieno greco ... in ristretti punti del piano»

A metà del Novecento il paesaggio collinare dell'entroterra forlivese era probabilmente ancora molto simile a quello dei secoli precedenti. Diverse condizioni avevano contribuito a mantenerne inalterati i caratteri ambientali del territorio. In particolare:

  • l'autosufficienza economica della famiglia mezzadrile, fondata sull'uso della rotazione agricola, della concimazione organica, del riposo a maggese;
  • l'isolamento dei “campagnoli” dai grandi centri artigianali di pianura (le occasioni per frequentare i “cittadini” e scambiare o raccogliere informazioni sugli eventi dell'epoca erano solitamente i mercati mensili di bestiame o le maggiori feste religiose dell'anno);
  • il senso di profonda religiosità e il rispetto per così dire “ecologico” verso la natura circostante;
  • il lavoro rurale impostato su forme cicliche e ripetitive.

Un'immagine “ideale” del paesaggio rurale “antico” ci viene offerta sia dalle fotografie d'epoca sia dai documenti storici.

Dal Catasto agrario della Romagna toscana di fine Ottocento si viene a conoscenza delle colture prevalenti nelle colline della Valle del Montone: pochi erano gli incolti (le “sode”); il pascolo avveniva all'interno del bosco e sui campi a maggese; la vite risulta essere la coltura arborea principale, coltivata in filari sostenuti da alberi, in prevalenza gelsi, olmi, aceri campestri; sono pure presenti alberi fruttiferi quali il mandorlo ed il ciliegio - nelle varietà marandona per le ciliegie in guazzo, viscicola per bevande rinfrescanti e corniola, dura e croccante. Molto diffusi sono grandi esemplari di pero volpino e pera spina; meno frequenti albicocchi, pruni, meli e cotogni; sporadicamente nespoli, peschi e fichi.

I noci sono impiantati nei pressi della casa colonica assieme a qualche isolato esemplare di melograno, giuggiolo ed azzeruolo. Querce ed olivi secolari, isolati o in gruppo, sono presenti in mezzo ai coltivi costituiti in prevalenza da grano (38%), colture sarchiate di cui il 10% granturco e il restante 6% patate, leguminose da granella, bietole da foraggio ed ortaggi di grande coltura; maggese (6%) con riposo biennale o triennale e prato, di cui 15% naturale e 20% artificiale (luppinella, erba medica, trifoglio pratense, sulle colture minori su cui domina la canapa). Le siepi (a protezione delle colture) di biancospino e marruca, recintano i poderi nei quali si trovano in modo massiccio i cipressi in lunghi filari lungo i viottoli di accesso alle case padronali o a ridosso della corte colonica e a protezione dei pagliai.

Fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento l'innovazione delle tecniche colturali ha determinato profondi mutamenti sia nel paesaggio rurale (scomparsa di specie autoctone sostituite da altre d'importazione extraterritoriale) sia nella società agricola (perdita di consuetudini rituali e di caratteri identificativi originali).

L'introduzione di fertilizzanti inorganici nelle rotazioni colturali, unita ad una maggior selezione cerealicola, hanno consentito la semina di grani più adatti ai diversi terreni, aumentando così il raccolto; nuovi modi di potatura di viti ed olivi ne hanno aumento le rese; la sostituzione di piante fruttifere antiche con nuove d'importazione a maggior reddito insieme con l'introduzione di razze di bestiame più produttivo hanno fatto crescere il numero di capi per podere. Soprattutto, l'introduzione della meccanizzazione ha incrementato la produttività dei mezzi di produzione e le rendite del lavoro umano, rendendo superflua gran parte della popolazione rurale che è stata costretta ad abbandonare le campagne.

Inizia, quindi, a partire dagli anni cinquanta del Novecento e secondo una parabola che diverrà emorragica tra la fine di quel decennio e l'inizio del decennio successivo, un abbandono sempre più esiziale della campagna da parte dei mezzadri. Da un raro giornalino locale («Il Montone», 1º febbraio 1954) si legge “… Molti poderi vengono definitivamente abbandonati, le stalle restano chiuse, i campi restano incolti. […] i contadini della montagna non possono vivere nelle case semi diroccate, in luoghi dove mancano strade e fonti, dove la terra è avara […] l'ingiustizia dei contratti agrari, l'esosità delle tasse (prima fra tutte l'imposta sul bestiame), la grettezza dei padroni che vogliono costringere i contadini ad una vita umiliante in case che sono tuguri […]”. Sono questi gli anni in cui si assiste al massimo sfruttamento del territorio con la conseguente diminuzione della diversità biologica delle specie vegetali e delle varietà colturali nei poderi:

  • le colture di grano soppiantano quelle di mais;
  • i campi conquistano i vecchi residui di boschi cedui e scompaiono le antiche siepi;
  • sia le leguminose da granella sia le piante tessili del lino e della canapa vengono abbandonate, rendendo improduttiva l'antica arte del bozzolo da seta;
  • i gelsi e gli alberi utilizzati come sostegni vivi delle viti vengono spiantati;
  • l'abbandono delle campagne contribuisce, da un lato, al degrado delle antiche case coloniche perdendo così un ricco patrimonio architettonico tipico; dall'altro, la sola azione dei fenomeni naturali porterà all'erosione e all'impoverimento della fertilità dei terreni.

L'unica azione visibile attuata dall'uomo è stata il rimboschimento forzato degli incolti che ha consegnato ai posteri un paesaggio sicuramente più ricco di boschi, ma impoverito di specie coltivate e uniformato a monocolture prevalenti di grano, erba medica e di pochi e specializzati vigneti e frutteti. Sono comparse ai bordi delle strade piante infestanti di rovi, vitalbe e robinia che si sono sostituite progressivamente agli antichi filari di cipressi.

Infine, l'espansione urbanistica dei centri di fondovalle, in particolare con l'insediamento di grandi e ingombranti fabbricati per attività artigianali e industriali, hanno sottratto alla campagna, coprendoli con colate di cemento, gli ultimi fertili terreni alluvionali. Così, in breve svolger di tempo la trasformazione industriale ha cancellato per intero l'antico mondo rurale frutto di una lenta costruzione durata secoli.

È stato autorevolmente sostenuto che se il primo interesse che mosse Firenze a conquistare il territorio oltre i passi toscani verso il mare Adriatico fu la certezza del commercio delle proprie merci con la Repubblica di Venezia, troppo a lungo insidiata dalla rissosità dei feudatari appenninici, il secondo fu il proposito di integrare la produzione agricola toscana, scarsa per la povertà intrinseca del territorio fiorentino. Il grande allevamento che si svolgeva, in estate, sulle Alpi tra i Mandrioli e il Furlo poté integrarsi perfettamente, in età granducale, con lo sfruttamento dei pascoli della Maremma, dove Antonio Saltini ha calcolato migrassero quasi 60.000 pecore dai pascoli romagnoli[23]. Se alle altitudini maggiori i possedimenti romagnoli assicuravano agnelli e formaggi; ad altezza minore la collina romagnola era generosa di frumento, carne di castrato e di suino, e dei ricchi proventi dell'allevamento del baco da seta, come prova un testo singolare, l'ultimo poema rustico della letteratura italiana, La Cerere della Romagna toscana di Giuseppe Mengozzi[24].

Suddivisione amministrativa

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Regione Toscana

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Stemma Comune Superficie Popolazione Distanza da Firenze Distanza da Bologna
BERJAYA Firenzuola 272,06 km² 4 950 ab. 55 km 65 km
BERJAYA Marradi 154,07 km² 3 303 ab. 63 km 82 km
BERJAYA Palazzuolo sul Senio 108,90 km² 1 198 ab. 62 km 72 km

Regione Emilia-Romagna

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Stemma Comune Superficie Popolazione Distanza da Bologna Distanza da Firenze
BERJAYA Bagno di Romagna 233,44 km² 6 212 ab. 136 km 87 km
BERJAYA Castrocaro Terme e Terra del Sole 38,92 km² 6 572 ab. 75 km 98 km
BERJAYA Dovadola 38,77 km² 1 719 ab. 77 km 90 km
BERJAYA Galeata 63 km² 2 505 ab. 103 km 88 km
BERJAYA Modigliana 101,25 km² 4 823 ab. 68 km 86 km
BERJAYA Portico e San Benedetto 60,57 km² 802 ab. 93 km 75 km
BERJAYA Premilcuore 98,75 km² 824 ab. 108 km 72 km
BERJAYA Rocca San Casciano 50,19 km² 2 047 ab. 87 km 82 km
BERJAYA Santa Sofia 148,56 km² 4 238 ab. 109 km 92 km
BERJAYA Sarsina[25] 100 km² 3 696 ab. 114 km 107 km
BERJAYA Tredozio 62,2 km² 1129 ab. 87 km 85 km
BERJAYA Verghereto 117 km² 1 960 ab. 141 km 82 km
  1. Toscana è qui usato come aggettivo e va scritto in minuscolo. Vedi Romagna estense.
  2. Regio Decreto 4 marzo 1923, n. 544
  3. Per il trasferimento del circondario di Rocca San Casciano l'atto ordinativo è contenuto nel regio decreto del 4 marzo 1923, n. 544, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 marzo 1923, n. 72.
  4. Aldo Spallicci, La poesia popolare romagnola, ed. La Piè 1921.
  5. Emilio Rosetti, La Romagna, geografia e storia, Hoepli, Milano 1894
  6. Pietro Zangheri, La provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A., Forlì 1961.
  7. Lucio Gambi, Confini geografici e misurazione areale della regione romagnola in «Studi Romagnoli», anno I, 1950.
  8. A. Giovanni Mini, La Romagna toscana: notizie geografiche, storiche, industriali e commerciali, Tip. A. Barboni, 1901, pp. 15-40.
  9. Antica Provincia della Romagna fiorentina o Toscana, su Archivio storico Romagna toscana. URL consultato il 10 dicembre 2025.
  10. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Elena Fasano Guarini, Alla periferia del Granducato mediceo. La Romagna toscana, in Studi Romagnoli, XIX, 1968, pp. 7-60.
  11. 1 2 3 Silvia Faini e Luciano Majoli, La Romagna nella cartografia a stampa dal Cinquecento all'Ottocento, Rimini, Luisé, 1992.
  12. Archivio di Stato di Firenze, Tratte, Uffici Estrinseci, 982, c. 22.
  13. I Paulucci di Calboli: una famiglia nella storia di Forlì, su Rete bibliotecaria di Romagna e San Marino. URL consultato il 10 dicembre 2025.
  14. Nel corso dell'età moderna si succedettero 144 commissari, 7 vicari regi e 13 podestà.
  15. 1 2 Il perché della Cattedrale a Modigliana, su Parrocchia di Modigliana. URL consultato il 9 marzo 2023.
  16. Andrzej Czortek, Dal Tevere al Bodente. Studi sulla diocesi di Sansepolcro, Selci-Lama, Ass. culturale sem, 2022.
  17. Nicola Graziani, Restaurazione ed epopea risorgimentale, in Storia di Modigliana, tomo I, Modigliana, Accademia degli Incamminati, 2010, pp. 251-270.
  18. Tribunale di Rocca San Casciano, su Sistema Archivistico Nazionale. URL consultato il 27 settembre 2023.
  19. Regio decreto 4 marzo 1923, n. 544, su Normattiva. URL consultato il 10 dicembre 2025.
  20. La Romagna toscana, su Comune di Forlì. URL consultato il 10 marzo 2024.
  21. Valico delle Centoforche, su Appennino Romagnolo. URL consultato il 10 marzo 2024.
  22. Rocca San Casciano, su Cammino di Assisi. URL consultato il 27 settembre 2023.
  23. Antonio Saltini, Fiere e mercati nel pendolo della transumanza, in «Romagna arte e storia», n. 60/2000.
  24. Antonio Saltini, Messi e armenti di Romagna nei versi dell'ultimo emulo di Virgilio, in «Romagna arte e storia», n.59/2000
  25. Solo la frazione di Sorbano, comune autonomo fino al 1964, può ritenersi a tutti gli effetti Romagna toscana.

Voci correlate

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