Sherlock Holmes, Holmes/Watson. Se volevi sincerità.
Titolo: Se volevi sincerità
Autore:
hmirai
Fandom: Sherlock Holmes
Personaggi: Sherlock Holmes, John Watson
Pairing: Holmes/Watson
Rating: PG
Parte: 1/?
Prompt: L'ispirazione è presa da un altro prompt della lovvosa Syllables of time :D Precisamente da 'Se volevi sincerità', quindi il copyright di quello va assolutamente a loro!
Genere: angst, angst, angst
Disclaimer: Ovviamente Sherlock Holmes e John Watson non sono miei ma di quel gran genio di Arthur Conan Doyle :D
Quale reduce di guerra e dottore pienamente attivo nell’uggiosa Londra conoscevo bene la spigolosità delle ossa. Sì, delle ossa. Come stavo sperimentando in quel preciso momento, mentre il corpo perfettamente addormentato del mio caro amico premeva contro il mio.
Mi svegliai nel cuore della notte con il suo bacino dolorosamente piantato contro i miei reni. Inutile dire che Holmes era del tutto ignaro di ciò e continuava a dormire come un bambino, leggermente abbracciato a me -ci dovevamo essere addormentati in un punto morto del caso sul quale stavamo lavorando o comunque in qualcosa di poco interessante, perché il sonno avevo colto entrambi, senza alcuna fatica.
Mugugnai sottovoce nel girarmi tra le sue braccia, se dovevamo rimanere così stretti tanto valeva farlo per bene, no? Holmes contrasse la fronte, in un gesto che riconobbi come familiare, infatti lo faceva ogni volta che veniva svegliato prima del previsto, prima di quanto lui avesse calcolato.
Sorrisi lievemente mentre apriva gli occhi.
-Ha dormito bene?- gli chiesi, stringendo appena la mano attorno al suo gilet.
-Mh…- sussurrò lui con intonazione ponderata –credo di sì. Del resto lei è qui con me.-
-Il mio essere qui con lei non deve significare necessariamente che abbia dormito bene, non crede?- lo rimbeccai del tutto bonario.
-No, non credo- mi rispose lui con un cipiglio tra il serio e il severo –Watson il fatto che lei sia qui è il motivo principale per quale dico di aver dormito bene.- disse, rimettendo finalmente in ordine le proprie idee.
Mi abbandonai ad un altro sorriso senza avere la forza o il contegno di trattenerlo –E va bene Holmes, le do ragione, ma solo per stavolta.-
-Non è la prima e non sarà l’ultima, amico mio.- disse mentre arricciava le labbra maliziosamente e si abbassava verso di me.
Io indietreggiai un po’, forse sorpreso nel vederlo così vicino al mio viso ma non con la voglia di respingerlo in ciò che stava per fare. Holmes lo capì, lessi distintamente la brama che era comparsa poco prima nelle sue pupille non svanire per così poco, e sentii la sua bocca premere contro la mia.
Il suo sapore aveva un retrogusto di tabacco, come sempre, ma stavolta aveva un non so ché di accentuato; allungai lentamente la punta della lingua per saggiare di sfuggita la sua pelle e, d’improvviso, mi ricordai che Holmes aveva decisamente fumato troppo durante le nostre precedenti congetture sul caso che stavamo esaminando. Ma del resto non mi dispiaceva affatto visto che era il suo, di sapore.
-Che ne dice Watson…rimaniamo per sempre così.- disse Sherlock, alzando nuovamente gli occhi e incatenandoli ai miei, che guizzavano nel buio della stanza appena illuminata da un tenue fuoco e da una candela smorzata dalla cera.
-Holmes ma cosa…sta dicendo? Sa benissimo che non possiamo.- risposi duro, forse un po’ troppo, ma lui non se ne curò e andò avanti a parlare.
-Perché no? C’è qualche legge che ce lo vieta? Qualcuno ci ha imposto di separarci?- ansimò sulle mie labbra, cominciando ad infervorarsi.
Io aggrottai le sopracciglia, scostandolo un po’ per alzarmi in piedi dal pavimento sul quale ci eravamo ingenuamente addormentati –Nessuna legge, nessuna imposizione. Sono io che lo voglio.- sussurrai, incerto.
-Menzogne! Perché mente a sé stesso Watson? Mi sta dicendo che tutto questo non le mancherà?- mi disse Holmes arrabbiato, amareggiato, mentre anche lui si alzava da terra.
Scorsi le sue mani contrarsi a pugno per poi stringersi con forza, con insistenza. Le sue parole, quasi urlate, riecheggiavano nella mia testa e mi chiedevo per quale motivo la sua domanda, dentro di me, si riformulava in modo diverso. Mi sta dicendo che io non le mancherò?, proprio in tale forma martellava nelle mie orecchie ed io stesso non volevo dare risposta ad un quesito così schietto.
-Avanti Watson, perché non mi risponde? Non le voglio darle del codardo, in tutto questo tempo non l’ho mai pensato e tutt’ora non lo penso, non mi faccia ricredere alle due di notte!- abbaiò come un cane incattivito da un pessimo padrone.
La mia lucidità vacillò ancora qualche secondo e poi mi morsi le labbra, calciando la candela ormai spenta che aveva bagnato il pavimento con la sua cera.
-Cos’è che vuole Holmes?- sussurrai, lasciandomi del tutto andare alle sensazioni del momento –Da me, cos’è che vuole?-
-Sincerità. Solo questo.- mi rispose immediatamente, facendo qualche passo in avanti per raggiungermi.
Ebbi un brivido lungo la schiena, sentendo la sua presenza davanti alla mia -Voleva sincerità? Ebbene eccola qui- alzai una mano, premendola contro il suo petto -Io la amo più della mia stessa vita, ma sposerò comunque Mary.-
Sentii distintamente Holmes tremare sotto le mie dita. Di solito non lo dicevamo apertamente, erano rare le volte in cui le nostre labbra pronunciavano delle parole simili a quelle che io avevo appena confessato; tra di noi era scontato che fosse così, un tacito accordo con sopra la parola ‘amore’, nulla di più, nulla di meno.
Mi resi conto d’improvviso che l’ira del mio amico era del tutto giustificata. Se le cose stavano davvero così, se davvero ci amavamo –cosa del quale era del tutto certo, anzi a quel punto della mia vita era forse l’unica certezza sulla quale potevo fare completamente affidamento-, perché scappare in qualcos’altro che non c’era?
Non mi venne nessuna risposta possibile da dire e mi sentì un codardo. Ero nauseato da me stesso. Mi risvegliai da tali pensieri quando la voce di Holmes raggiunse le mie orecchie.
-Perché?- disse solamente, senza distogliere mai un attimo lo sguardo dalla mia figura. La sua voce era come incrinata, rotta.
-Perché così deve essere…- sussurrai in un soffio, stringendo con rinnovata forza la mano contro il suo gilet per poi scostarla dal quel corpo caldo che più di una volta mi aveva fatto stare bene, anche solo abbracciandomi come poco prima.
Non avevo il coraggio di guardare il suo viso, fissai la punta delle sue scarpe ancora un po’ e tentai di concludere la conversazione come potevo. “Ora è davvero tardi, è meglio che entrambi riposiamo in un vero letto e non sul pavimento” farfugliai, tremando lievemente quando infine mi decisi ad alzare il capo.
Vidi l’espressione di Holmes dilaniata dal dolore e la mia, riflessa nello specchio alle sue spalle, altrettanto distrutta. Poi, senza attendere la sua risposta, uscii da quella stanza trattenendo a stento le lacrime.
Autore:
Fandom: Sherlock Holmes
Personaggi: Sherlock Holmes, John Watson
Pairing: Holmes/Watson
Rating: PG
Parte: 1/?
Prompt: L'ispirazione è presa da un altro prompt della lovvosa Syllables of time :D Precisamente da 'Se volevi sincerità', quindi il copyright di quello va assolutamente a loro!
Genere: angst, angst, angst
Disclaimer: Ovviamente Sherlock Holmes e John Watson non sono miei ma di quel gran genio di Arthur Conan Doyle :D
Quale reduce di guerra e dottore pienamente attivo nell’uggiosa Londra conoscevo bene la spigolosità delle ossa. Sì, delle ossa. Come stavo sperimentando in quel preciso momento, mentre il corpo perfettamente addormentato del mio caro amico premeva contro il mio.
Mi svegliai nel cuore della notte con il suo bacino dolorosamente piantato contro i miei reni. Inutile dire che Holmes era del tutto ignaro di ciò e continuava a dormire come un bambino, leggermente abbracciato a me -ci dovevamo essere addormentati in un punto morto del caso sul quale stavamo lavorando o comunque in qualcosa di poco interessante, perché il sonno avevo colto entrambi, senza alcuna fatica.
Mugugnai sottovoce nel girarmi tra le sue braccia, se dovevamo rimanere così stretti tanto valeva farlo per bene, no? Holmes contrasse la fronte, in un gesto che riconobbi come familiare, infatti lo faceva ogni volta che veniva svegliato prima del previsto, prima di quanto lui avesse calcolato.
Sorrisi lievemente mentre apriva gli occhi.
-Ha dormito bene?- gli chiesi, stringendo appena la mano attorno al suo gilet.
-Mh…- sussurrò lui con intonazione ponderata –credo di sì. Del resto lei è qui con me.-
-Il mio essere qui con lei non deve significare necessariamente che abbia dormito bene, non crede?- lo rimbeccai del tutto bonario.
-No, non credo- mi rispose lui con un cipiglio tra il serio e il severo –Watson il fatto che lei sia qui è il motivo principale per quale dico di aver dormito bene.- disse, rimettendo finalmente in ordine le proprie idee.
Mi abbandonai ad un altro sorriso senza avere la forza o il contegno di trattenerlo –E va bene Holmes, le do ragione, ma solo per stavolta.-
-Non è la prima e non sarà l’ultima, amico mio.- disse mentre arricciava le labbra maliziosamente e si abbassava verso di me.
Io indietreggiai un po’, forse sorpreso nel vederlo così vicino al mio viso ma non con la voglia di respingerlo in ciò che stava per fare. Holmes lo capì, lessi distintamente la brama che era comparsa poco prima nelle sue pupille non svanire per così poco, e sentii la sua bocca premere contro la mia.
Il suo sapore aveva un retrogusto di tabacco, come sempre, ma stavolta aveva un non so ché di accentuato; allungai lentamente la punta della lingua per saggiare di sfuggita la sua pelle e, d’improvviso, mi ricordai che Holmes aveva decisamente fumato troppo durante le nostre precedenti congetture sul caso che stavamo esaminando. Ma del resto non mi dispiaceva affatto visto che era il suo, di sapore.
-Che ne dice Watson…rimaniamo per sempre così.- disse Sherlock, alzando nuovamente gli occhi e incatenandoli ai miei, che guizzavano nel buio della stanza appena illuminata da un tenue fuoco e da una candela smorzata dalla cera.
-Holmes ma cosa…sta dicendo? Sa benissimo che non possiamo.- risposi duro, forse un po’ troppo, ma lui non se ne curò e andò avanti a parlare.
-Perché no? C’è qualche legge che ce lo vieta? Qualcuno ci ha imposto di separarci?- ansimò sulle mie labbra, cominciando ad infervorarsi.
Io aggrottai le sopracciglia, scostandolo un po’ per alzarmi in piedi dal pavimento sul quale ci eravamo ingenuamente addormentati –Nessuna legge, nessuna imposizione. Sono io che lo voglio.- sussurrai, incerto.
-Menzogne! Perché mente a sé stesso Watson? Mi sta dicendo che tutto questo non le mancherà?- mi disse Holmes arrabbiato, amareggiato, mentre anche lui si alzava da terra.
Scorsi le sue mani contrarsi a pugno per poi stringersi con forza, con insistenza. Le sue parole, quasi urlate, riecheggiavano nella mia testa e mi chiedevo per quale motivo la sua domanda, dentro di me, si riformulava in modo diverso. Mi sta dicendo che io non le mancherò?, proprio in tale forma martellava nelle mie orecchie ed io stesso non volevo dare risposta ad un quesito così schietto.
-Avanti Watson, perché non mi risponde? Non le voglio darle del codardo, in tutto questo tempo non l’ho mai pensato e tutt’ora non lo penso, non mi faccia ricredere alle due di notte!- abbaiò come un cane incattivito da un pessimo padrone.
La mia lucidità vacillò ancora qualche secondo e poi mi morsi le labbra, calciando la candela ormai spenta che aveva bagnato il pavimento con la sua cera.
-Cos’è che vuole Holmes?- sussurrai, lasciandomi del tutto andare alle sensazioni del momento –Da me, cos’è che vuole?-
-Sincerità. Solo questo.- mi rispose immediatamente, facendo qualche passo in avanti per raggiungermi.
Ebbi un brivido lungo la schiena, sentendo la sua presenza davanti alla mia -Voleva sincerità? Ebbene eccola qui- alzai una mano, premendola contro il suo petto -Io la amo più della mia stessa vita, ma sposerò comunque Mary.-
Sentii distintamente Holmes tremare sotto le mie dita. Di solito non lo dicevamo apertamente, erano rare le volte in cui le nostre labbra pronunciavano delle parole simili a quelle che io avevo appena confessato; tra di noi era scontato che fosse così, un tacito accordo con sopra la parola ‘amore’, nulla di più, nulla di meno.
Mi resi conto d’improvviso che l’ira del mio amico era del tutto giustificata. Se le cose stavano davvero così, se davvero ci amavamo –cosa del quale era del tutto certo, anzi a quel punto della mia vita era forse l’unica certezza sulla quale potevo fare completamente affidamento-, perché scappare in qualcos’altro che non c’era?
Non mi venne nessuna risposta possibile da dire e mi sentì un codardo. Ero nauseato da me stesso. Mi risvegliai da tali pensieri quando la voce di Holmes raggiunse le mie orecchie.
-Perché?- disse solamente, senza distogliere mai un attimo lo sguardo dalla mia figura. La sua voce era come incrinata, rotta.
-Perché così deve essere…- sussurrai in un soffio, stringendo con rinnovata forza la mano contro il suo gilet per poi scostarla dal quel corpo caldo che più di una volta mi aveva fatto stare bene, anche solo abbracciandomi come poco prima.
Non avevo il coraggio di guardare il suo viso, fissai la punta delle sue scarpe ancora un po’ e tentai di concludere la conversazione come potevo. “Ora è davvero tardi, è meglio che entrambi riposiamo in un vero letto e non sul pavimento” farfugliai, tremando lievemente quando infine mi decisi ad alzare il capo.
Vidi l’espressione di Holmes dilaniata dal dolore e la mia, riflessa nello specchio alle sue spalle, altrettanto distrutta. Poi, senza attendere la sua risposta, uscii da quella stanza trattenendo a stento le lacrime.
