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Svezia e l'Olocausto

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La Svezia rimase neutrale durante la seconda guerra mondiale e non fu direttamente coinvolta nelle dinamiche dell'Olocausto sui territori europei occupati dai tedeschi. Il governo svedese mantenne importanti rapporti economici con la Germania nazista; ma la nazione era consapevole della politica di persecuzione e, dal 1942, dello sterminio di massa degli ebrei. Prima della guerra l'antisemitismo non rappresentò un problema politico di massa e l'opinione pubblica svedese si schierò contro la violenza della politica nazista. Nonostante ciò, il Paese continuò a inasprire le leggi sull'immigrazione e fece entrare pochi ebrei in fuga dalle persecuzioni.[1][2]

Nell'ambito della politica ufficiale di neutralità, la Svezia mantenne i legami con la Germania nazista per tutta la durata del conflitto. Sebbene i diplomatici svedesi fossero a conoscenza dello sterminio degli ebrei già dal gennaio 1942, inizialmente non intrapresero alcuna azione. Nei mesi successivi le notizie sullo sterminio furono riportate in dettaglio dai quotidiani nazionali. L'atteggiamento ufficiale svedese iniziò a mutare solo all'indomani dell'arresto e della deportazione degli ebrei nella Norvegia occupata. Negli ultimi anni della guerra la Svezia fornì un sostegno ufficiale ai tentativi di salvataggio in Danimarca e Ungheria, che contribuì a consolidare l'immagine della Svezia come "superpotenza umanitaria" nell'Europa del dopoguerra.

Contesto storico

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Ebrei e antisemitismo in Svezia

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La popolazione ebraica in Svezia era esigua, ma crebbe rapidamente all'indomani della prima guerra mondiale a causa dell'emigrazione dall'Europa orientale.[1] Nel Paese operavano diversi piccoli gruppi e partiti politici antisemiti, tra cui il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori (in tedesco Nationalsocialistiska Arbetarepartiet, NSAP), nato nel 1933. Lo storico John Gilmour scrive: "sotto il profilo dell'antisemitismo, la Svezia degli anni '30 rifletteva le tendenze della maggior parte delle democrazie europee dell'epoca".[3] Sebbene la discriminazione e la violenza contro gli ebrei seguite alla presa del potere nazista nel 1933 fossero ampiamente note, Gilmour afferma che l'atteggiamento svedese era legato alle tradizioni e alla storia sociale del Paese:

(inglese)
«As a society, it remained stratified by class, hobbled by deference, rigid with formality and xenophobic, particularly towards Jews. Although in its anti-Semitism Sweden was firmly in the mainstream European tradition, Swedes largely rejected extremist Nazi policies and brutality. Yet, the combination of interest in racial categorisation and narrow nationalism coupled with a tradition of national self-preoccupation meant that most failed to appreciate the urgency of the pre-war plight of Jewish refugees. Many Swedes were only one generation away from grinding poverty, disease and malnutrition, both urban and rural. Not surprisingly, their first concern was for their own economic welfare.»
(italiano)
«Come società, [la Svezia] rimaneva stratificata per classi, frenata dalla deferenza, rigida nelle formalità e xenofoba, in particolare verso gli ebrei. Sebbene nel suo antisemitismo la Svezia fosse fermamente nella tradizione europea dominante, gli svedesi rifiutarono in gran parte le politiche estremiste e la brutalità nazista. Eppure, la combinazione di interesse per la categorizzazione razziale e nazionalismo ristretto, unita a una tradizione di preoccupazione per le questioni interne, fece sì che la maggioranza delle persone non riuscisse a comprendere l'urgenza della difficile situazione dei rifugiati ebrei prima della guerra. Molti svedesi erano a una sola generazione di distanza dalla povertà estrema, dalle malattie e dalla malnutrizione [...]. Non sorprende che la loro prima preoccupazione fosse per il proprio benessere economico.»

La Svezia introdusse i primi controlli sull'immigrazione nel 1927 e li inasprì ulteriormente nel 1938, motivata dal timore di "grandi flussi incontrollati di rifugiati", in particolare ebrei e popolazioni dell'Europa orientale:[5] il governo svedese chiese persino alla Germania di marcare i passaporti degli ebrei con il timbro "J" per facilitarne il respingimento alla frontiera.[6] Nel 1939 dalla Germania arrivarono in Svezia circa 3 000 rifugiati ebrei. Nello stesso anno gli studenti dell'Università di Uppsala protestarono contro l'ammissione di alcuni medici rifugiati ebrei.[7] Ma il rifiuto ufficiale di accogliere più profughi fu criticato da una minoranza di svedesi, tra cui l'attivista Natanael Beskow e il quotidiano Göteborgs Handels- och Sjöfartstidning.[8]

Neutralità e seconda guerra mondiale

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BERJAYA
La Svezia indicata su una mappa dell'Europa occupata dalla Germania, 1942 circa.

La Svezia perseguì una politica di neutralità fin dal 1814. Durante il conflitto fu governata da una coalizione di tutti i principali partiti. Dopo lo scoppio della guerra nel 1939 cercò di preservare le relazioni economiche sia con la Germania nazista che con il Regno Unito.[9] Le forze tedesche invasero e occuparono la Norvegia e la Danimarca nell'aprile 1940, mentre la Finlandia strinse un'alleanza de facto con la Germania nazista nel 1941. Durante il periodo bellico la Svezia esportò minerale di ferro, circa il 40% del suo fabbisogno, fondamentale per l'industria bellica tedesca e mantenne una politica commerciale favorevole all'Europa occupata dai nazisti.[9][10] Lo storico Klas Åmark osserva che la Germania non considerò mai seriamente un'invasione poiché otteneva dalla Svezia ciò di cui aveva bisogno.[11] In modo controverso, il governo concesse alla Wehrmacht l'uso della propria rete ferroviaria per il trasporto di truppe (in tedesco permittenttrafik) e materiali tra la Norvegia occupata e la Finlandia, pratica interrotta solo nell'agosto 1943.[9][12] Solo nel novembre 1944, sotto forte pressione alleata, la Svezia cessò gli scambi commerciali con la Germania.[9][13]

Secondo Åmark, la neutralità era l'atteggiamento raccomandato anche ai singoli cittadini: uno svedese avrebbe dovuto mantenere un profilo basso e non impegnarsi in manifestazioni pubbliche a favore di uno dei contendenti.[14] Per preservare tale posizione, il governo censurò la stampa e cercò di limitare la diffusione di informazioni sulla brutalità nazista e sull'Olocausto.[15] Ciononostante, parte della popolazione nutriva simpatia per l'anticomunismo e le teorie razziali nordiche dei nazisti: diverse centinaia di cittadini svedesi si offrirono volontari nelle Waffen-SS e alcuni prestarono servizio come guardie nel campo di sterminio di Treblinka.[16]

L'Operazione Barbarossa nel giugno 1941 segnò un'intensificazione delle persecuzioni. Il Ministero degli affari esteri svedese ricevette informazioni dettagliate sulla politica di sterminio. Nell'agosto 1942 il diplomatico Göran von Otter seppe delle atrocità nel campo di sterminio di Belzec da un ufficiale delle SS incontrato in treno; riferì la notizia al Ministero sperando in una condanna pubblica, che però non ci fu.[1][17] Ad ogni modo, Paul A. Levine scrive che i funzionari svedesi e l'opinione pubblica erano più informati sulla "soluzione finale" rispetto alle loro controparti in altri Paesi neutrali o alleati.[18]

Sebbene la copertura mediatica non fosse uniforme, con i giornali conservatori di provincia meno inclini a trattare l'argomento, la stampa svedese iniziò a pubblicare resoconti dettagliati dello sterminio già nell'autunno del 1942. Periodici ebraici come Judisk Krönika e Judisk Tidskrif fornivano regolarmente rapporti sulla situazione.[19] Nell'ottobre 1942, quando iniziarono i rastrellamenti degli ebrei nella Norvegia occupata, la resistenza norvegese riuscì a far passare segretamente circa 1 100 persone oltre il confine svedese tramite il trasporto Carl Fredriksens.[5]

Impegno nel salvataggio

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Danimarca, settembre-novembre 1943

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Salvataggio degli ebrei danesi.

A seguito della crisi politica dell'agosto 1943 nella Danimarca occupata, la resistenza danese fu informata dei piani tedeschi per la deportazione della popolazione ebraica. Con l'approvazione del governo svedese, tra ottobre e novembre del 1943 la resistenza evacuò con successo verso la Svezia circa 8 000 ebrei danesi.[20][21][22]

Ungheria, luglio-dicembre 1944

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BERJAYA
Il passaporto diplomatico svedese di Raoul Wallenberg con cui fu inviato in Ungheria nel luglio 1944.

Nel marzo 1944 la Germania invase l'Ungheria e avviò piani di sterminio immediato. Su richiesta del War Refugee Board (WRB) statunitense, le potenze neutrali istaurarono le proprie legazioni a Budapest.[23] Raoul Wallenberg fu inviato in missione nel giugno 1944 e, con l'aiuto di Per Anger, rilasciò migliaia di passaporti protettivi e visti.[20][24]

Dopo che Budapest fu presa dalle forze sovietiche nel dicembre 1944, Wallenberg fu arrestato e scomparve; si ritiene sia morto durante la prigionia sovietica, probabilmente nel 1947.[25] Sebbene stime iniziali parlassero di 100 000 persone salvate, studi più recenti indicano un numero compreso tra 7 000 e 9 000.[26]

Autobus bianchi

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Autobus bianchi.

All'inizio del 1945 il conte Folke Bernadotte, sfruttando il suo ruolo nella Croce Rossa svedese, negoziò un accordo con i vertici nazisti per trasportare in Svezia i detenuti dei campi di concentramento. L'iniziativa, nata con il diplomatico norvegese Niels Christian Ditleff, permise l'evacuazione di circa 15 000 civili, prevalentemente prigionieri politici scandinavi, ma anche diverse centinaia di ebrei danesi internati nel ghetto di Theresienstadt.[27][28]

Nel dopoguerra

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Nel secondo dopoguerra il governo svedese pose l'accento sulle proprie azioni umanitarie per mitigare le critiche riguardanti i legami economici con la Germania nazista. Secondo la storica Ingrid Lomfors, ciò favorì l'immagine della Svezia come "superpotenza umanitaria".[17] Paul A. Levine fa notare che la memoria svedese della guerra è spesso intrisa di un senso di superiorità morale, sebbene talvolta offuscata dal senso di colpa per non aver partecipato attivamente alla lotta contro il nazismo.[29]

Gli studi sull'Olocausto rimasero marginali in ambienti accademici svedesi fino alla fine degli anni Novanta.[29] Dal 1990 il ruolo della Svezia durante la guerra è divenuto un tema di forte dibattito politico e sociale.[30] Nel 1998 il primo ministro Göran Persson fondò l'Alleanza internazionale per la commemorazione dell'Olocausto. Il governo ha promosso la creazione di un Museo dell'Olocausto a Stoccolma, aperto nel 2023, che si concentra sulle testimonianze dei sopravvissuti svedesi.[31][32][33]

  1. 1 2 3 (EN) Introduction to Rescue by Sweden, su Rescue in the Holocaust. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  2. (EN) World Jewish Congress, Community in Sweden, su World Jewish Congress. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  3. Gilmour, p. 18
  4. Gilmour, p. 20
  5. 1 2 Åmark, p. 310
  6. (EN) Swedish Diplomats and Holocaust Knowledge Open Access, su academic.oup.com.
  7. Zander, p. 285
  8. Gilmour, pp. 18-19
  9. 1 2 3 4 (EN) RG 84: Sweden, su National Archives, 15 agosto 2016. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  10. ‘Cashing Out’ Review: The Spoils of ‘Neutrality’, su Wall Street Journal.
  11. Åmark, p. 300
  12. Åmark, pp. 300-301
  13. Levine, p. 81
  14. Åmark, p. 312
  15. Åmark, p. 301
  16. (EN) Mats Wiklund, Murky truth of how a neutral Sweden covered up its collaboration with Nazis, The Independent, 17 settembre 2011. URL consultato il 22 gennaio 2021 (archiviato dall'url originale il 26 maggio 2022).
  17. 1 2 Johannes Ledel, Sweden grapples with 'guilty conscience' over ignored Holocaust tip-off, in Times of Israel, 9 novembre 2020. URL consultato il 27 febbraio 2021.
  18. Levine, p. 81
  19. Zander, p. 287
  20. 1 2 Åmark, p. 311
  21. (EN) Danes Help Jews Escape to Neutral Sweden, in History Unfolded: US Newspapers and the Holocaust. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  22. https://www.jewishvirtuallibrary.org/sweden-virtual-jewish-history-tour, su Jewish Virtual Library. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  23. Matz, pp. 110-114
  24. Matz, pp. 138
  25. (EN) Ofer Aderet, Is the Mystery of Raoul Wallenberg’s Death Finally Solved?, in Haaretz, 7 agosto 2016. URL consultato il 20 gennaio 2024.
  26. Braham, pp. 183-184
  27. (EN) Sweden, su Jewish Heritage Europe. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  28. La storia dimenticata di Folke Bernadotte - Slow News, su Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  29. 1 2 Levine, p. 84
  30. Zander, p. 290
  31. (EN) Swedish Holocaust Museum | SHM, su shm.se. URL consultato il 25 dicembre 2025.
  32. Sweden’s new Holocaust Museum opens in Stockholm, Sveriges museum om Förintelsen, 26 giugno 2023. URL consultato il 19 settembre 2025.
  33. (EN) New Swedish Holocaust Museum Inaugurated in Stockholm, su USC Shoah Foundation, 28 giugno 2022. URL consultato il 25 dicembre 2025.

Approfondimenti

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  • (EN) Johannes Heuman, Pontus Rudberg (a cura di), Early Holocaust Memory in Sweden: Archives, Testimonies and Reflections, Cham, Palgrave-Macmillan, 2021, ISBN 9783030555313.
  • (EN) Karin Kvist, A Study of Antisemitic Attitudes within Sweden's Wartime Utlänningsbyrån, in David Cesarani, Paul A. Levine (a cura di), Bystanders to the Holocaust: A Re-Evaluation, Londra, Frank Cass, 2002, pp. 199–211, ISBN 978-0714682433.
  • (EN) Paul A. Levine, From Indifference to Activism: Swedish Diplomacy and the Holocaust, 1938-1944, Uppsala, Acta Universitatis Upsaliensis, 1996, ISBN 978-9155437992.
  • (EN) Sven Nordlund, 'The War is Over - Now You Can Go Home!' Jewish Refugees and the Swedish Labour Market in the Shadow of the Holocaust, in David Cesarani, Paul A. Levine (a cura di), Bystanders to the Holocaust : a re-evaluation, Londra, Frank Cass, 2002, pp. 171–198, ISBN 978-0714682433.
  • (EN) Pontus Rudberg, The Swedish Jews and the Holocaust, Londra, Routledge, 2019, ISBN 9780367348748.
  • (EN) Anna Wallerman, A Day in the Life: Aryanization Before the Swedish Supreme Court 1941–42, in Law and History Review, vol. 36, n. 3, 2018, pp. 593–617, DOI:10.1017/S0738248018000184.

Collegamenti esterni

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